Diego Baroni, il ritrovamento a Milano e le zone d'ombra di nove giorni di fuga
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Redazione Interno
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L'abbraccio, in questura a Milano, ha sciolto la tensione accumulata in quasi dieci giorni di angoscia, ma non ha cancellato le domande che ora pesano sul caso. Dopo essersi allontanato da casa a San Giovanni Lupatoto la mattina del 12 gennaio, diretto a scuola a Verona, il quattordicenne Diego Baroni è stato ritrovato il 21 gennaio in una casa di comunità in via Livigno, nel quartiere Comasina, durante i controlli della Squadra volante. Le sue prime parole, rivolte alla madre e al nonno al telefono, sono state un mormorato «Mi dispiace, ho fatto uno sbaglio. Non sgridatemi», mentre la madre, giunta precipitosamente a Milano, ha esclamato «Corro subito a prenderlo» prima dell'incontro in commissariato. Il ritrovamento, che ha restituito il ragazzo in buone condizioni fisiche, rappresenta però soltanto l'inizio di un lavoro investigativo complesso, volto a far luce su una sequenza di azioni e circostanze che gli inquirenti definiscono, senza mezzi termini, piene di «zone d'ombra».
La ricostruzione e gli elementi poco chiari
Durante una conferenza stampa tenuta il giorno stesso del ritrovamento, i Carabinieri del comando provinciale di Verona hanno iniziato a delineare una prima, frammentaria, ricostruzione. Quel che emerge, e che alimenta i misteri, è un comportamento pianificato, lontano dall'immagine di una fuga impulsiva. Diego, stando alle prime acquisizioni, avrebbe infatti operato una serie di cambiamenti deliberati: ha utilizzato una nuova scheda SIM, ha creato un account Google falso e ha persino cambiato le scarpe che indossava al momento della partenza. Elementi questi, che suggeriscono una certa consapevolezza e pongono interrogativi stringenti sulla preparazione della sua permanenza milanese, sulla quale gli investigatori si stanno concentrando.
Il ruolo di un senza fissa dimora e la rete di contatti
Uno degli aspetti più delicati su cui ruotano le indagini concerne la figura di un clochard, il cui coinvolgimento è al vaglio degli investigatori. La dinamica dell'incontro e la natura del rapporto instauratosi tra l'uomo e il quattordicenne durante quei nove giorni sono punti cruciali per comprendere l'intera vicenda. Gli inquirenti stanno cercando di accertare se il ragazzo abbia ricevuto aiuto per trovare un rifugio, per spostarsi o per procurarsi quanto necessario alla sua permanenza in una grande città, lontano dal contesto familiare. La possibilità che siano intervenute altre persone, magari contattate attraverso il telefono con la nuova SIM, rimane un'ipotesi concreta che le forze dell'ordine stanno esplorando, cercando di ricostruire una mappa di movimenti e interazioni finora sconosciuta.
L'indagine prosegue tra Verona e Milano
Il lavoro degli investigatori procede ora su un doppio binario, tra la provincia di Verona e la metropoli lombarda, incrociando dati, testimonianze e riscontri tecnici. La presenza di Diego in una struttura come la casa di comunità di via Livigno indica che, in qualche modo, il ragazzo è riuscito a orientarsi in un ambiente per lui non familiare, trovando un luogo dove sostare. Ogni dettaglio di quei giorni – dai possibili spostamenti in città alle modalità di sostentamento, fino alle conversazioni telefoniche – viene analizzato minuziosamente per colmare i vuoti temporali e comprendere le reali motivazioni di una scelta che ha tenuto sulle spine la sua famiglia e non solo. La cronaca, in casi come questi, si misura con la complessità di storie adolescenziali che sfuggono a facili interpretazioni, mentre la macchina investigativa cerca i tasselli mancanti di un puzzle ancora incompleto.




