Referendum 8 e 9 giugno, la battaglia sul quorum divide la politica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La scelta tra l’esercizio del diritto di voto e l’astensione, in vista dei referendum abrogativi dell’8 e 9 giugno, sta polarizzando il dibattito politico. I cinque quesiti, che riguardano temi sensibili come lavoro e cittadinanza, hanno spinto i due schieramenti a posizioni diametralmente opposte: da una parte la maggioranza di governo invita a non recarsi alle urne, dall’altra le opposizioni spingono per cinque sì, nella speranza di superare lo scoglio del quorum.

Fratelli d’Italia, con il capogruppo al Senato Lucio Malan, difende la legittimità dell’astensione, argomentando che la Costituzione prevede espressamente la validità del referendum solo con la partecipazione di almeno metà degli elettori. "Non votare è una scelta politica", ha ribadito Malan, sottolineando come l’opzione di disertare le urne sia contemplata dalle regole. Una posizione condivisa da altri esponenti del centrodestra, tra cui Antonio Tajani e Matteo Salvini, che nelle scorse settimane hanno esortato i loro sostenitori a non partecipare alla consultazione.

Dall’altro lato, le opposizioni – con in testa Pd e M5S – accusano il governo di voler svuotare il referendum, strumento di democrazia diretta, attraverso una campagna per l’astensione. La partita, però, non si gioca solo sul merito dei quesiti, ma sulla capacità di mobilitare l’elettorato per raggiungere il quorum. Un obiettivo che, in passato, si è rivelato spesso insidioso: basti pensare ai numerosi referendum andati deserti per mancato raggiungimento del 50%+1 dei votanti.

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