Referendum, l’affluenza conta eccome anche senza quorum
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Redazione Interno
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Il meccanismo che regola la consultazione di domenica 22 e lunedì 23 marzo – quando gli italiani sono chiamati a esprimersi sulla riforma costituzionale della giustizia, quella che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri – presenta una peculiarità tecnica destinata a influenzare, paradossalmente, più le valutazioni politiche successive che non l’esito giuridico del voto. Trattandosi, infatti, di un referendum confermativo su una modifica della Carta, manca il quorum di partecipazione: l’esito sarà valido indipendentemente da quanti cittadini si recheranno alle urne, a differenza di quanto accade per i referendum abrogativi, dove il raggiungimento della soglia del cinquanta per cento più uno degli aventi diritto è condizione necessaria per abbattere una legge. Eppure, è proprio sulla quota di elettori che sceglieranno di votare – e su quelli, invece, che resteranno a casa – che si gioca una partita decisiva, destinata a ridisegnare gli equilibri politici ben al di là della sorte della riforma voluta dal governo.
Il peso politico di un’affluenza senza soglia minima
Se è vero che per la validità del voto la partecipazione è indifferente, è altrettanto vero che, sul piano della legittimazione politica, un risultato raggiunto con un’affluenza inferiore a un certo livello rischia di alimentare dubbi profondi sulla reale rappresentatività della scelta. A pochi giorni dal voto, gli ambienti parlamentari sussurrano di soglie psicologiche monitorate con attenzione: se l’affluenza scendesse sotto il 40 per cento, o addirittura sotto il 42, il fronte del “No” potrebbe seriamente insidiare il risultato atteso dalla maggioranza. Non si tratta solo di un esercizio statistico: nel centrodestra la consapevolezza è che una mobilitazione troppo tiepida trasformerebbe il verdetto delle urne in un termometro dello stato di salute del governo, con il rischio concreto che un’eventuale sconfitta – o anche una vittoria di misura ottenuta con un’affluenza misera – venga letta come un voto di discredito nei confronti dell’esecutivo. È un calcolo che, già da settimane, impone a Palazzo Chigi un esercizio di equilibrismo: spingere per portare alle urne il proprio elettorato senza che il voto si trasformi in un plebiscito personalistico, rischiando così di bruciare la premier nel caso di un passo falso.
Una macchina organizzativa che misura il passato e il presente
A testimonianza della complessità logistica che accompagna ogni chiamata alle urne – e che riflette indirettamente lo stato di salute della partecipazione – ci sono i numeri delle sostituzioni nei seggi. Nella città che conta 883 seggi attivi per questo referendum costituzionale, gli uffici comunali hanno dovuto procedere alla sostituzione di 19 presidenti e alla nomina di 18 segretari di seggio, attingendo a una task force di volontari istituita per la prima volta proprio per gestire le surroghe. Un dato che, se rapportato al totale delle sostituzioni operate finora (86 presidenti di seggi ordinari e 2 presidenti di seggi esteri), mostra un netto miglioramento rispetto alle scorse consultazioni regionali, quando le surroghe furono 196. Una riduzione, questa, che potrebbe essere letta come un segnale di maggiore stabilità organizzativa, ma che non cancella l’incognita principale: la capacità di mobilitazione dei partiti, messa a dura prova negli ultimi anni da un astensionismo strutturale.
Il voto dei giovani e l’occasione mancata della scuola
Nel dibattito che ha preceduto la campagna referendaria, una riflessione ricorrente ha riguardato il ruolo delle istituzioni formative nell’accompagnare i cittadini al voto, e in particolare i diciottenni pronti a esercitare per la prima volta il loro diritto. L’auspicio – espresso da più parti – era che la scuola potesse fungere da spazio neutro di analisi critica del testo di riforma, quello che modifica sette articoli della Costituzione, dall’87 al 110, intervenendo sull’architettura della giustizia. L’idea, insomma, era di offrire agli studenti gli strumenti per comprendere la portata di una modifica che istituisce due Consigli superiori distinti (uno per i giudici e uno per i pm), introduce meccanismi di sorteggio per la selezione di alcuni componenti degli organi di autogoverno e crea una nuova Alta Corte disciplinare. La domanda, rimasta senza una risposta univoca, è se in quel contesto si possa effettivamente trovare qualcuno capace di fare un discorso che non scivoli nel sostegno al “Sì” o al “No”, e che invece sia di aiuto a una decisione libera. Un’occasione di educazione civica, quella legata al voto, che forse avrebbe meritato un investimento maggiore.
L’assenza del quorum e il paradosso della rappresentanza
L’assenza del quorum, in questo quadro, finisce per creare un paradosso non da poco. Da un lato, la riforma – che separa definitivamente le carriere, modifica il metodo di elezione dei membri togati dei Csm (con l’estrazione a sorte) e affida al Parlamento il compito di predisporre le liste per i membri laici – verrà approvata o bocciata anche da una minoranza esigua di elettori. Dall’altro, però, è proprio questa possibilità a rendere ogni astensione un fattore di delegittimazione potenziale: se a decidere sarà una percentuale bassissima di aventi diritto, il vincitore si troverà a gestire un consenso reale numericamente ridotto, mentre lo sconfitto avrà la strada spianata per invocare l’assenteismo come alibi. Lo scenario, del resto, non è nuovo. L’ultimo referendum abrogativo capace di raggiungere il quorum risale al 2011, mentre nel 2022 la partecipazione ai quesiti sulla giustizia si fermò al 20,9 per cento, e nel 2025, su lavoro e cittadinanza, si attestò intorno al 30,6. Numeri che raccontano di un Paese ormai abituato a convivere con l’astensionismo di massa, ma che questa volta – in assenza di una soglia minima – assumono il valore di un termometro ancora più sensibile.




