Libia, il rifiuto a Piantedosi e la partita su petrolio e migranti
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Redazione Interno
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Un Paese che da oltre un secolo non conosce stabilità, frammentato in mille rivoli di potere, dove le tribù si contendono il controllo del territorio e le potenze straniere — vicine e lontane — manovrano per accaparrarsi risorse e influenza. La Libia, divisa tra il governo di unità nazionale di Tripoli, riconosciuto dall’Onu, e quello del generale Khalifa Haftar nell’est, è da anni al centro di una complessa partita geopolitica che ruota attorno a due asset cruciali: il petrolio e i flussi migratori.
Proprio da Bengasi, roccaforte di Haftar, è arrivato ieri il brusco rifiuto alla delegazione europea guidata dal ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi, accompagnato dai colleghi di Grecia e Malta e dal commissario Ue alle Migrazioni. Le autorità locali hanno definito l’ingresso «illegale», costringendo il gruppo a lasciare il Paese. Un episodio che, al di là delle motivazioni formali — la mancata notifica preventiva — sembra nascondere un messaggio politico. La Libia orientale, infatti, pur non riconoscendo ufficialmente l’esecutivo di Tripoli, ha finora collaborato con l’Italia sul tema dei respingimenti, ma ora potrebbe usare la carta migratoria come leva per ottenere concessioni economiche.
Il petrolio, del resto, resta la posta in gioco principale. Con riserve stimate tra le più consistenti al mondo, la Libia vede le sue esportazioni bloccate da anni a causa delle divisioni interne e delle ingerenze esterne. La Turchia sostiene Tripoli, mentre Russia ed Egitto appoggiano Haftar; la Francia e l’Italia, pur con approcci diversi, cercano di mantenere canali aperti con entrambe le parti. Intanto, i trafficanti di esseri umani approfittano del caos, riempendo i barconi diretti verso l’Europa.
Quello che ieri è apparso come un incidente diplomatico potrebbe dunque essere il segnale di una strategia più ampia. Se Haftar decidesse di allentare la pressione sui migranti — come già accaduto in passato — l’Italia si troverebbe ad affrontare un nuovo picco di sbarchi. Il Viminale, per ora, evita toni allarmisti, ma la tensione è palpabile. Senza contare che, sullo sfondo, pesa l’atteggiamento di Donald Trump, da poco insediato per la seconda volta alla Casa Bianca, le cui mosse in Medio Oriente potrebbero ulteriormente complicare gli equilibri nella regione.




