Debito Usa oltre 40 mila miliardi, cresce l’allarme globale

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il debito Usa ha superato la soglia dei 40 mila miliardi di dollari, riportando al centro dei mercati finanziari un problema che non riguarda soltanto gli Stati Uniti ma la tenuta dell’economia globale. Il nuovo livello raggiunto dal debito federale americano viene descritto come una bandierina d’allarme, soprattutto considerando il peso degli Stati Uniti sul debito pubblico mondiale e il rapporto con un Pil nominale che rappresenta circa il 25-26% del prodotto lordo globale. Il tema è tornato con forza anche nelle dichiarazioni provenienti dalla Federal Reserve, mentre i rendimenti dei Treasury hanno registrato nuove pressioni in una fase segnata dall’incertezza sulla futura traiettoria dei tassi.

Debito Usa, Barkin avverte sul possibile “regolamento dei conti”

A richiamare l’attenzione sull’aumento dell’indebitamento statunitense è stato Tom Barkin, presidente della Federal Reserve Bank of Richmond, secondo cui prima o poi potrebbe arrivare un “regolamento dei conti”. Barkin ha sottolineato che è difficile stabilire quando possa verificarsi una simile fase, ma ha indicato con chiarezza il meccanismo che consente al governo americano di continuare a finanziarsi: gli Stati Uniti possono prendere a prestito denaro finché gli investitori restano disponibili ad acquistare il loro debito. Il punto critico emergerebbe qualora questa disponibilità dovesse diminuire, con investitori meno propensi ad assorbire nuove emissioni o a sostenere alle stesse condizioni l’enorme massa di titoli pubblici americani.

Il superamento dei 40 trilioni di dollari, pari a 40.000 miliardi, non viene presentato come un evento inatteso, perché la crescita del debito federale era già ampiamente visibile. La soglia raggiunta assume però un valore simbolico e finanziario rilevante, perché riporta l’attenzione sulle dimensioni assolute dell’esposizione degli Stati Uniti. Il Paese si trova infatti a sostenere circa due quinti del debito pubblico mondiale, un peso particolarmente elevato anche per un’economia descritta come portentosa e innovativa. Proprio la distanza tra questa quota del debito mondiale e un Pil nominale pari a circa un quarto del prodotto globale alimenta gli interrogativi sulla sostenibilità del percorso nel tempo.

Treasury sotto pressione mentre il mercato guarda ai tassi Fed

Le tensioni non restano confinate ai numeri del debito pubblico, perché si riflettono anche sul mercato obbligazionario americano. Alla vigilia del discorso del presidente della Federal Reserve Kevin Warsh a Jackson Hole, i titoli del Tesoro statunitense erano tornati sotto pressione. Il rendimento del Treasury trentennale è salito al 5,2%, mentre quello del decennale ha raggiunto il 4,68%. Sono livelli che mostrano come gli investitori stiano seguendo con particolare attenzione sia il costo del finanziamento del debito sia le indicazioni provenienti dalla banca centrale, in un momento in cui ogni segnale sulla direzione futura della politica monetaria può incidere sulle valutazioni dei bond.

Il mercato cerca soprattutto indicazioni sulla traiettoria futura dei tassi di interesse, mentre l’inflazione viene descritta come ancora abbastanza elevata da sconsigliare una svolta precipitosa della Federal Reserve. Questa combinazione rende più delicato il contesto per il debito Usa: da una parte c’è una massa di passività pubbliche ormai superiore ai 40 mila miliardi di dollari, dall’altra restano rendimenti elevati sui principali titoli del Tesoro. Il problema non viene quindi ricondotto soltanto alla dimensione nominale del debito, ma anche alle condizioni alle quali Washington riesce a continuare a finanziarlo e alla disponibilità degli investitori internazionali a mantenere la domanda di titoli americani.

La crisi dei bond non riguarda soltanto gli Stati Uniti

L’allarme sul debito pubblico non viene tuttavia limitato all’economia americana. La crisi dei bond viene indicata come reale ma non esclusivamente statunitense, perché anche altri Paesi europei e asiatici risultano esposti e, in alcuni casi, la situazione viene descritta come persino peggiore. Il superamento dei 40 mila miliardi negli Stati Uniti riporta quindi in primo piano un problema più ampio, legato alla crescita dell’indebitamento pubblico e alla capacità dei mercati di assorbirlo. La particolarità americana deriva però dal ruolo centrale degli Stati Uniti nell’ordine economico globale e dalle dimensioni del loro debito, che rendono qualsiasi tensione sui Treasury rilevante ben oltre i confini nazionali.

Proprio per questa centralità, la tenuta del debito federale americano viene indicata come una delle principali minacce all’attuale equilibrio economico internazionale. Il nodo non è soltanto quanto debito sia stato accumulato, ma fino a quando gli investitori continueranno a finanziarlo senza opporsi alle condizioni offerte dal mercato. Le parole di Barkin, la soglia dei 40 trilioni e il rialzo dei rendimenti dei Treasury convergono sullo stesso punto: l’indebitamento statunitense è tornato a occupare una posizione centrale nelle valutazioni finanziarie internazionali, mentre il confronto sui tassi della Federal Reserve e sull’inflazione aggiunge ulteriore pressione a un tema destinato a essere seguito con particolare attenzione dai mercati.

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