Debito Usa a 40.000 miliardi, il Tesoro raddoppia i buyback. Ma i mercati tremano e l’Europa guarda con preoccupazione
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Redazione Economia
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Il debito pubblico lordo degli Stati Uniti ha superato per la prima volta la soglia dei 40.000 miliardi di dollari, un traguardo che, per quanto largamente atteso, sta mandando in tilt i mercati obbligazionari e riaccendendo i riflettori sulla sostenibilità dei conti pubblici americani. Secondo i dati diffusi dal Dipartimento del Tesoro, il debito totale in essere ha raggiunto quota 40.047 miliardi di dollari il 18 agosto, in crescita di mille miliardi negli ultimi cinque mesi, a testimonianza di un’accelerazione che ha colto molti analisti di sorpresa.
Il raggiungimento di questa cifra tonda ha innanzitutto un valore simbolico, ma la dinamica che l'ha generata è tutto fuorché irrilevante: il rapporto debito/Pil si è ormai attestato oltre il 124%, avvicinandosi ai livelli record toccati alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
In meno di un decennio, il debito federale è più che raddoppiato, passando dai circa 19.950 miliardi di dollari del gennaio 2017, quando Donald Trump entrò in carica per la prima volta, agli attuali 40.000 miliardi, un'impennata che ha attraversato le amministrazioni repubblicane e democratiche.
A pesare sul bilancio pubblico sono concorsi fattori strutturali e congiunturali: la pandemia da Covid-19, che aveva già fatto schizzare l’indebitamento per finanziare i piani di salvataggio dell’economia; i tagli fiscali decisi dall’amministrazione Trump, in particolare la riforma nota come "One Big Beautiful Bill"; l'aumento della spesa militare per sostenere i fronti di guerra, come quello in Iran; e il mancato introito dei dazi, dopo che la Corte Suprema ne aveva bocciato una parte, per un ammanco di circa 2.000 miliardi di dollari.
Non ultimo, il costo del denaro è lievitato a dismisura per un’economia che, nell’arco dei primi dieci mesi dell’anno fiscale, ha già accumulato un deficit di 1.800 miliardi, con la spesa per interessi che da sola ha superato il budget del Pentagono, toccando quota 1.400 miliardi di dollari all'anno.
Treasury sotto pressione, scatta il piano di riacquisti
Il dato sul debito record, comunque, ha avuto un effetto immediato sulla percezione del rischio, spingendo il rendimento del Treasury a 30 anni fino a toccare il 5,337%, il livello più alto dal 2007, e quello del decennale oltre il 4,7%.
Quella che gli analisti definiscono una sorta di "sciopero degli acquirenti" ha costretto il Dipartimento del Tesoro a una mossa non convenzionale: raddoppiare il programma di riacquisto (buyback) dei propri titoli di Stato a lunga scadenza, portando il limite massimo per ogni operazione da 2 a 4 miliardi di dollari per i segmenti 10-20 e 20-30 anni, a partire dal 9 settembre.
L’obiettivo dichiarato è migliorare la liquidità di un mercato ormai saturo e frenare la corsa al rialzo dei rendimenti nella parte lunga della curva, utilizzando la liquidità già in cassa, attinta da un conto generale che si aggira intorno a mille miliardi di dollari, piuttosto che emettere nuovo debito.
Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha ostentato sicurezza, assicurando che il Tesoro dispone di molti strumenti per gestire la volatilità e che i rendimenti non riflettono i fondamentali dell’economia. Tuttavia, la mossa, per quanto corposa, è apparsa a molti osservatori come un tentativo di tamponare l’emergenza piuttosto che di risolvere il nodo strutturale del deficit.
L'economista Mohamed El-Erian ha suggerito che la reazione del mercato è stata così forte proprio perché gli investitori si aspettano interventi ben più ampi in futuro, mentre Thomas Simons, capo economista Usa di Jefferies, ha definito l’annuncio come una decisione "sparata a braccio", in rottura con la consueta comunicazione graduale del Tesoro.
Le operazioni di buyback, insomma, curano il sintomo, ma il problema della crescente mole di debito e del suo costo resta intatto e la credibilità del Tesoro rischia di essere messa in discussione se questa misura fosse percepita come un tentativo di manipolare la curva dei rendimenti.
Addio bene rifugio, la Fed guarda all'inflazione
La conseguenza più clamorosa di questa crisi di fiducia è che i Treasury americani, per decenni considerati il bene rifugio per eccellenza, stanno perdendo questo status agli occhi degli investitori internazionali, mentre la quota di banche centrali estere che detengono debito americano continua a diminuire. Il segnale è allarmante per un Paese che ha bisogno di attrarre capitali dall’estero per finanziare il proprio debito, un meccanismo che mostra ormai i primi cedimenti.
A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge la posizione della Federal Reserve, il cui compito, già di per sé complesso per l’inflazione che rimane ostinatamente sopra il target del 2%, si fa ora più delicato: la mossa del Tesoro, infatti, rischia di interferire con la politica monetaria e di costringere la banca centrale a un riposizionamento, mentre le probabilità di un nuovo rialzo dei tassi a settembre sono valutate dal mercato intorno al 40%.
Per l’Europa, il messaggio che arriva da oltreoceano è inequivocabile: se il mercato del debito del paese più grande e potente del mondo va in fibrillazione, il contagio su valute come l'euro, che ha già guadagnato terreno salendo sopra 1,17 sul dollaro, e su titoli di Stato come i BTP, potrebbe diventare una realtà molto concreta.
Il debito americano fuori controllo, insomma, non è più solo un problema di Washington, ma una variabile di rischio sistemico che interroga direttamente le finanze pubbliche e le politiche economiche del Vecchio Continente, in un momento in cui anche qui le fragilità non mancano.
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