Papa Leone XIV in Turchia, don Amprino: “Una visita che porterà frutti”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Originario di Cumiana, in provincia di Torino, e incardinato nell’arcidiocesi di Izmir – l’antica Smirne, terza città turca per popolazione – don Alessandro Amprino ha seguito da vicino il viaggio apostolico di papa Leone XIV nel Paese dove presta servizio dal gennaio 2021. In qualità di vicario giudiziale e collaboratore in tre diverse parrocchie, oltre che responsabile dell’assistenza spirituale per il contingente militare italiano di stanza nella base Nato locale, il sacerdote osserva come la visita pontificia, concentrandosi sul dialogo e sulla pace, possa lasciare un segno duraturo in una regione dalla complessa storia religiosa. “Una visita che porterà frutti”, ha dichiarato al quotidiano, sottolineando l’importanza del gesto in un momento di tensioni internazionali, mentre dall’Ucraina – dove il conflitto prosegue da quattro anni – giungono voci, come quella dell’ex portavoce presidenziale Iuliia Mendel, che invitano a considerare accordi di pace prima che le condizioni peggiorino ulteriormente.

La visione strategica di un pontefice americano

Il primo viaggio di Leone XIV, che ha toccato anche il Libano, appare dunque come una tappa significativa di una precisa visione politica per il Mediterraneo orientale, un’area in cui le radici del cristianesimo si intrecciano con sfide contemporanee. Analisti come Elena Centemero hanno rilevato come il pontefice americano, attraverso questo gesto, confermi un approccio strategico volto a promuovere il dialogo interreligioso e tra i popoli, una linea che il Vaticano sostiene partecipando attivamente, tramite i suoi nunzi, ai lavori dell’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo. Si tratta di un impegno che va oltre la dimensione puramente spirituale, toccando i delicati equilibri geopolitici di una zona spesso lacerata da conflitti, e che sembra porsi in controtendenza rispetto a quelle forze che, come notato, spingono per la prosecuzione delle ostilità, nonostante i costi economici e umani ormai divenuti insostenibili.

Il Libano come messaggio di pluralismo

Proprio in Libano, la folla di centocinquantamila fedeli – cristiani libanesi, siriani e iracheni – radunatasi per la messa celebrata sul lungomare di Beirut ha offerto un’immagine potente di quel pluralismo che il Paese dei Cedri storicamente rappresenta. Quella folla ha dato plastico all’intuizione di Giovanni Paolo II, il quale, in un’udienza del 1989 e poi nell’esortazione apostolica “Una speranza nuova per il Libano” del 1997, definì il Libano “più che un Paese: un messaggio di libertà e un esempio di pluralismo per l’Oriente e per l’Occidente”. Un modello di convivenza, nato da un sinodo dedicato specificamente a quella terra, che Leone XIV ha voluto rinnovare con la sua presenza, mostrandone la permanente attualità nonostante le profonde crisi che lo scuotono.

Il ministero nelle pieghe della diplomazia e della storia

L’esperienza di don Amprino a Izmir si colloca così in questo solco, all’incrocio tra il ministero pastorale quotidiano – che tocca piccole comunità parrocchiali e soldati italiani lontani da casa – e i grandi eventi della diplomazia vaticana. La sua testimonianza, raccolta dopo il rientro dalla tappa turca del viaggio papale, delinea gli effetti concreti che una simile visita può avere a livello locale, rafforzando il ruolo della Chiesa cattolica in un contesto a maggioranza musulmana e riaccendendo i riflettori su un’area cruciale. Senza dimenticare, come egli stesso ricorda, il peso di un conflitto, quello in Ucraina, i cui costi umani ed economici continuano a crescere, mentre si moltiplicano gli appelli per una soluzione negoziale che appaiono, in certi frangenti, sempre più urgenti.

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