Trump impone dazi del 25% sulle auto importate, mentre l'Europa arranca
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Redazione Esteri
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Donald Trump ha trasformato in realtà una minaccia circolata da mesi, annunciando l’introduzione di dazi permanenti del 25% su tutte le auto non prodotte negli Stati Uniti. "Sarà l’inizio della liberazione per l’America", ha dichiarato durante una conferenza stampa tenuta nella notte del 27 marzo, definendo la misura necessaria per contrastare quei Paesi che, a suo dire, "sottraggono posti di lavoro e ricchezza". Una mossa che, secondo le stime della Casa Bianca, potrebbe generare entrate tra i 600 e i 1000 miliardi di dollari in un anno, anche se Trump ha assicurato un approccio "indulgente", lasciando intendere possibili eccezioni.
La reazione dei grandi costruttori americani – Ford, General Motors e Stellantis – è stata immediata. Attraverso l’AAPC, l’associazione di categoria che li rappresenta, hanno sottolineato l’importanza di evitare rincari per i consumatori, pur sostenendo la necessità di politiche che rafforzino la produzione nordamericana, includendo Canada e Messico. Un equilibrio delicato, quello tra protezionismo e stabilità dei mercati, che rischia di innescare tensioni commerciali globali.
Mentre Trump disegna la sua geopolitica dei dazi con il consueto "stop and go", l’Europa fatica a trovare una regia unitaria. La commissaria Ue Hadja Lahbib, mostrando con ironia un "kit di sopravvivenza", ha simbolicamente evidenziato l’impasse di un continente che, come ha ricordato Mario Draghi da Hong Kong, ha perso la rotta già venticinque anni fa. Era l’epoca in cui, mentre la Silicon Valley plasmava il futuro, in Europa si celebrava il mito del "piccolo è bello", relegando l’industria a un ruolo marginale in un mondo dominato dai giganti della tecnologia.




