Putin al Forum di San Pietroburgo: numeri e attacchi all’Europa, mentre i manager confessano la fragilità reale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono bastati 45 minuti a Vladimir Putin per consegnare ai nastri di questa ventinovesima edizione del Forum economico internazionale di San Pietroburgo – un tempo soprannominato la "Davos russa" – uno dei suoi interventi più brevi e, a tratti, sorprendentemente ripetitivi.

Dal palco della sessione plenaria, il presidente ha snocciolato una serie di dati macroeconomici pensati per rassicurare i partner del Sud Globale e del mondo in via di sviluppo, gli unici, insieme a una sparuta rappresentanza occidentale composta principalmente da figure vicine alla propaganda del Cremlino, ad aver risposto presente all’evento.

Il quadro dipinto dal leader del Cremlino è quello di un’economia sovrana che non solo non è collassata sotto il peso delle sanzioni, ma che anzi rivendica una crescita stabile, un debito pubblico contenuto e una traiettoria di sviluppo indipendente dalle ingerenze occidentali. "Naturalmente sentiamo critiche da tutte le parti secondo cui tutto è crollato – ha dichiarato Putin, citato dalle agenzie – Siamo scesi allo stesso livello di crescita che registrano i Paesi dell’Eurozona negli ultimi anni".

I numeri del presidente e il confronto con l’Europa

Nel dettaglio, il capo del Cremlino ha illustrato un paese dove il prodotto interno lordo è cresciuto dell’1,3% ad aprile, dove la disoccupazione si attesta su livelli da record (circa il 2,2%) e dove la povertà, a suo dire, sarebbe scesa al di sotto della soglia del 7%. La cifra sulla quale Putin ha insistito maggiormente – utilizzandola come un’arma retorica contro i detrattori europei – è però quella relativa al debito pubblico.

Citando espressamente l’Italia (137%), insieme a Grecia, Francia e Belgio, Putin ha contrapposto i "bilanci malati" dell’Unione a quello russo, fermo al 16,4% del Pil. Questa fotografia, per quanto tecnicamente vera, serve al presidente per legittimare un attacco frontale alle cosiddette "élite europee", accusate di perseguire politiche miopi e aggressive che – nelle sue parole – finiscono per provocare caos e indebolire la sicurezza globale.

Lo zar ha poi ribadito il concetto del furto delle riserve, definendo il congelamento degli asset russi un atto di concorrenza sleale che ha minato irreversibilmente la fiducia nel dollaro e nell’euro.

La smentita implicita dei manager a due passi dal palco

Se il discorso ufficiale mirava a proiettare un'immagine di solidità a prova di bomba, a pochi metri dalla sala principale il sentiment tra gli imprenditori e i manager presenti raccontava una verità diametralmente opposta. Gli uomini d’affari accorsi a San Pietroburgo – quelli che quotidianamente hanno a che fare con i tassi di interesse della banca centrale e con le strozzature delle catene di approvvigionamento – hanno fornito un controcanto lucido e impietoso alla retorica del presidente.

Secondo quanto riportato dalla stampa, il malcontento riguarda un caleidoscopio di criticità: il rublo è considerato troppo forte e danneggia le esportazioni; i tassi di interesse, nonostante qualche timido segnale di flessione, restano proibitivi per gli investimenti; e le sanzioni, lungi dall’essere un incentivo alla crescita, rappresentano un macigno con cui convivere ogni giorno. "Stiamo in piedi per miracolo", avrebbero confidato diversi partecipanti, smentendo di fatto la narrazione ufficiale di un’economia che avrebbe trasformato le restrizioni in opportunità.

La sensazione che aleggiava tra i padiglioni, come rilevato anche dai cronisti presenti, era quella di un sistema che tiene solo grazie allo sforzo bellico e alla spesa pubblica, ma che mostra crepe evidenti non appena si scende dal palco alle factory.

Le contraddizioni di un "caos" provocato dal Cremlino

Il paradosso di questa edizione 2026 è che, mentre Putin accusava Bruxelles di fomentare il caos, l’unica vera cartina tornasole della fragilità russa è arrivata da due fattori esterni che il Cremlino non ha potuto nascondere. Il primo, di natura bellica, è rappresentato dagli attacchi dei droni ucraini che hanno colpito proprio San Pietroburgo durante i giorni del forum, avvolgendo l’orizzonte in una densa colonna di fumo nero visibile anche dai delegati in arrivo al centro congressi.

Il secondo, di natura economica, riguarda l’emorragia di investimenti che sta dissanguando il paese: se da un lato Putin rivendica un’aumentata fiducia dei partner, i dati rivelano che la quota di capitale estero in Russia è scesa a una frazione infinitesimale (0,01%), e gli investimenti fissi hanno registrato un crollo verticale, alimentando i timori di una stagnazione profonda.

In questo contesto, la decisione di tenere comunque il forum – e di sbandierare percentuali di crescita del debito altrui – assume i contorni di un rituale politico più che di un reale consuntivo economico. Il presidente ha insistito sulla necessità di un dialogo pragmatico con l’estero, ma la sostanza dei fatti suggerisce che la "Davos russa" assomigli oggi più a una trincea diplomatica che a un crocevia di affari.

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