La donna violentata sulla ciclabile di Modena: “La mia vita è stravolta, ma sono pronta ad affrontare il processo. Denunciare è fondamentale”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ha un nome di fantasia, Giorgia, e una determinazione che lascia senza fiato, questa donna sulla cinquantina che lo scorso 19 agosto, in pieno giorno, è stata aggredita e violentata mentre percorreva in bicicletta il percorso “Vivi Natura” a San Damaso, nella periferia di Modena. Oggi, a distanza di mesi e dopo che un ventenne, un italiano di origine marocchina incensurato, è finito in carcere con le accuse di violenza sessuale pluriaggravata, rapina e lesioni, ha deciso di raccontarsi. Lo ha fatto in un incontro con la stampa, e le sue parole, asciutte e prive di autocommiserazione, scolpiscono una verità cruda: la violenza subita non si esaurisce nell’atto, ma prosegue, radicandosi nella quotidianità. La sua vita, da quel giorno, è stata letteralmente rivoluzionata, ha dichiarato, diventando un incubo dal quale cerca faticosamente di emergere. Non va più a correre, attività che praticava ogni giorno, e la bicicletta è diventata un oggetto scomodo, quasi nemico. La paura, quando si trova in luoghi isolati, la assale trasformandosi in attacchi di panico. Ha perso il lavoro, nonostante avesse informato i suoi superiori di quanto accaduto, e tutte le sue certezze, come ha raccontato, ne sono uscite traballanti. Le ferite, del resto, non sono state solo psicologiche: durante l'aggressione ha riportato una lacerazione a una corda vocale e uno spostamento di un osso del collo, con un ematoma importante, conseguenze dirette della stretta al collo con la corda che le fece perdere i sensi.

Il racconto dell’aggressione e il peso dei ricordi

Ripercorrere quei momenti, per lei, significa rivivere ogni secondo di un incubo. Quel 19 agosto, ha spiegato, si trovava sul percorso natura come tante altre volte. Vide un ragazzo in bicicletta che la superò, e dopo un attimo di esitazione ripartì. Poco dopo, lui le sbucò davanti da un cespuglio, la fece cadere con una spallata e le fu addosso, con le mani al collo e un ginocchio sul petto. Lei perse conoscenza e quando si riprese si trovò legata all'interno di un cespuglio, dove lui abusò di lei. Al termine, l'aggressore le strinse ulteriormente la corda al collo, dicendole che doveva ucciderla perché lo aveva visto in faccia. Lei lo aveva visto benissimo, e in quel frangente lo supplicò di non farlo. A salvarla, forse, fu un rumore che distrasse il ventenne, permettendole di fuggire dalla parte opposta, passare sotto una rete e raggiungere alcuni pescatori e una casa per chiedere aiuto. Le conseguenze psicologiche, ha raccontato, sono state devastanti: si sveglia di notte con quella scena che la assale, dorme poco ed è seguita da psicologi e psichiatri in un percorso che, però, deve procedere con cautela. Non può affrontare certi tipi di terapie più profonde, ha spiegato, perché deve rimanere lucida per ricordare ogni dettaglio in vista del processo. Una necessità, la sua, che impone un sacrificio enorme alla sua stessa guarigione, ma che lei affronta con la consapevolezza di doverlo a se stessa.

L’inchiesta e l’identikit che ha portato all’arresto

Le prove e l'appello della vittima: la forza di denunciare

A inchiodare il ventenne, però, sono state soprattutto le impronte digitali. Quelle trovate sullo schermo del telefono cellulare della vittima e su una lente dei suoi occhiali, toccati dall'aggressore e sequestrati dalla polizia scientifica durante il sopralluogo, sono risultate compatibili con i frammenti rilevati a carico del giovane. Un riscontro probatorio che ha portato il gip a emettere un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, eseguita il 3 ottobre. La donna ha appreso della notizia dell'arresto con commozione e gratitudine verso le forze dell'ordine, che ha voluto ringraziare pubblicamente. Sapere che lo stesso ventenne è sospettato anche di altri due tentativi di violenza, avvenuti nei mesi precedenti a Castelfranco e nello stesso percorso natura, ai danni di donne della stessa fascia d'età, l'ha sconvolta, ha confessato, perché non avrebbe mai voluto che qualcun altro vivesse un'esperienza simile. Ora, mentre si prepara ad affrontare il processo, forte della sua fiducia nella giustizia dalla quale si aspetta una sentenza congrua, ribadisce con forza un messaggio: bisogna denunciare sempre, affidarsi alla legge e alle forze dell'ordine. Il suo appello, nato dalla sua esperienza diretta, è quello di non avere paura, perché prima o poi, come è successo per lei, si arriva a giustizia.

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