La donna stuprata a Modena: “Mi ha legato una corda al collo, voleva uccidermi. Ho perso il lavoro, ma denunciare è l’unica strada”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ricordo di quei minuti, oggi, riaffiora soprattutto la notte, quando il sonno si fa leggero e la mente, priva delle distrazioni diurne, torna a proiettare quella scena. La donna di cinquantatré anni che lo scorso 19 agosto, in pieno pomeriggio, è stata aggredita e violentata lungo il percorso natura di San Damaso, alla periferia di Modena, ha deciso di rompere il silenzio. Lo ha fatto incontrando la stampa, con una lucidità che sorprende e commuove, per raccontare l’indicibile e per lanciare un appello che ripete come un mantra: bisogna denunciare, sempre, e avere fiducia in chi indaga. La sua vita, da quel momento, si è come spezzata in due. Ha perso l’occupazione, è cambiata la sua routine, e la paura, adesso, la assale nei luoghi che un tempo erano per lei sinonimo di libertà e benessere fisico. Eppure, nonostante il vortice di conseguenze psicologiche e lavorative, nonostante gli attacchi di panico che la tormentano, la sua determinazione a chiedere giustizia non è venuta meno -3-6-9.

Un’aggressione brutale in un luogo che frequentava ogni giorno

La dinamica di quanto accaduto, ricostruita dalla stessa vittima con dovizia di particolari e poi confermata dalle indagini della squadra mobile, restituisce la ferocia di un atto che poco aveva di umano. La donna, quel giorno, stava percorrendo in bicicletta il sentiero sterrato che costeggia le casse di espansione del Panaro, un itinerario che conosceva bene e che percorreva abitualmente per correre. A un certo punto, racconta, un ragazzo in sella a una bici l’ha superata; poco dopo, è sbucato all’improvviso dalla vegetazione, colpendola con una spallata e facendola rovinare a terra -3-6. L’aggressione è stata immediata e feroce: lui le è saltato addosso, bloccandola con un ginocchio sul petto e le mani strette attorno alla gola, tanto da farle perdere i sensi. Al risveglio, la donna si è ritrovata legata all’interno di un cespuglio, immobilizzata, mentre il suo aggressore abusava di lei. Al termine della violenza, l’uomo le ha stretto una corda al collo, stringendo con tale forza da provocarle lesioni interne e un vistoso ematoma, e le ha detto che doveva ucciderla perché lo aveva visto in faccia -3-9. È stata la prontezza di riflessi della vittima a salvarla: approfittando di un attimo di distrazione dell’aggressore, forse dovuto a un rumore nelle vicinanze, è riuscita a divincolarsi e a fuggire nella direzione opposta, raggiungendo un gruppo di pescatori e poi una casa per chiedere soccorso -3.

L’arresto e la scoperta di un seriale

Le ferite profonde e l’appello alle altre vittime

Le conseguenze fisiche e psicologiche di quell’agosto di sangue sono state devastanti. La vittima, che oggi è assistita dagli avvocati Peter Martinelli e Cosimo Zaccaria, ha riportato una lacerazione a una corda vocale e lo spostamento di un osso del collo a causa dello strozzamento -3-6. Ma la parte più difficile da curare è quella che non si vede. Racconta di svegliarsi di notte con la scena che le riaffiora improvvisa, di essere in preda ad attacchi di panico e ansia, di dormire pochissimo. È seguita da psicologi e psichiatri, ma non può ancora affrontare appieno alcuni percorsi terapeutici perché deve mantenere la lucidità necessaria per ricordare ogni dettaglio in vista del processo -3. A tutto questo si è aggiunto un ulteriore dramma: la perdita del lavoro. L’azienda per cui lavorava, nonostante fosse stata informata di quanto accaduto, l’ha licenziata a causa della lunga assenza per malattia. Nonostante questo, la sua voce non trema quando ribadisce l’importanza di denunciare. Quello che prova per il suo aggressore non è rancore – un sentimento, dice, che le farebbe ancora più male – ma la ferma volontà che non accada più ad altre donne. È pronta ad affrontare il processo, perché sente di doverlo a se stessa -3-6.

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