Un esame del sangue per l'Alzheimer potrebbe predire l'età d'insorgenza dei sintomi, ma la comunità scientifica invita alla cautela

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L'idea che una semplice analisi del sangue possa funzionare come una sorta di sveglia molecolare, capace di indicare con anni di anticipo il momento in cui l'Alzheimer busserà alla porta, sta prendendo forma grazie a una serie di studi recenti, pubblicati su riviste del calibro di Nature Medicine -3-6. I ricercatori, in particolare quelli della Washington University School of Medicine di St. Louis, stanno affinando dei modelli predittivi che si basano sulla rilevazione di specifiche proteine nel circolo sanguigno, proteine la cui alterazione è un campanello d'allarme per la malattia. Non si tratta più solo di capire se si è a rischio, ma di tentare di cronometrare il tempo che resta prima che i sintomi cognitivi, quei primi vuoti di memoria che stravolgono l'esistenza, facciano la loro comparsa.

Il meccanismo dell'orologio e il ruolo della proteina tau

Al centro di questa rivoluzione diagnostica, se così possiamo definirla visto che si è ancora in una fase di sperimentazione avanzata, c'è la proteina tau, e in particolare una sua forma anomala che tende ad aggregarsi nel cervello formando dei grovigli. Questi grovigli, a differenza delle placche amiloidi che si depositano prima, sono strettamente correlati alla comparsa dei sintomi e alla progressione del declino cognitivo -1-5. Quello che i ricercatori hanno scoperto è che misurando nel sangue i livelli di una specifica porzione di questa proteina, chiamata MTBR-tau243, si può ottenere un'istantanea abbastanza fedele di quanto questi grovigli siano diffusi nel cervello, con un'accuratezza che in alcuni studi arriva al 92% -1-10. In pratica, più alti sono i livelli di questo frammento proteico nel sangue di una persona, che magari non ha ancora alcun sintomo, maggiore è la quantità di grovigli tau nel suo cervello e più ci si avvicina al momento in cui la malattia potrebbe manifestarsi clinicamente.

La costruzione di modelli predittivi e il loro margine di errore

I ricercatori hanno quindi elaborato dei veri e propri modelli statistici, dei "modelli-orologio", che incrociano i livelli della proteina p-tau217 (un altro marcatore fondamentale) con l'età anagrafica del soggetto -6. In uno di questi studi, condotto su oltre seicento persone inizialmente sane seguite per un decennio, il modello è stato in grado di stimare il numero di anni mancanti all'insorgenza dei sintomi con un margine di errore medio di circa tre o quattro anni -6. Una precisione notevole, se si pensa che si tratta di previsioni basate su un semplice prelievo di sangue. È un po' come se l'orologio biologico di ognuno di noi avesse una sua lancetta molecolare, che per alcuni scorre più veloce, come nel caso degli individui più anziani, nei quali lo studio ha rilevato una progressione più rapida verso la demenza una volta superata una certa soglia proteica -6. Il potenziale di questi test, va da sé, è immenso non solo per la diagnosi precoce ma anche per la sperimentazione di nuovi farmaci: permetterebbe infatti di selezionare per le trial cliniche pazienti che hanno un'alta probabilità di sviluppare sintomi nell'arco di pochi anni, rendendo gli studi più rapidi ed efficaci -3-6.

Perché non siamo ancora pronti per l'uso su larga scala

Eppure, nonostante i progressi e l'entusiasmo che circonda queste scoperte, la comunità scientifica, e in primis gli stessi autori degli studi, invitano a frenare l'entusiasmo. La strada che separa un risultato di laboratorio promettente da un test di screening da utilizzare nella pratica clinica di tutti i giorni è ancora lunga e irta di ostacoli. Uno dei problemi principali è la standardizzazione: non tutti i test per la proteina tau sono uguali, e misurarne i livelli nel sangue può essere tecnicamente complesso, con possibili variazioni dovute al metodo di prelievo, conservazione e lavorazione del campione -2. Inoltre, i biomarcatori ematici possono essere influenzati da fattori individuali come il volume del sangue, che varia da persona a persona, o da altre condizioni come le malattie renali o cardiache, che potrebbero alterare la concentrazione delle proteine di interesse -2-4. C'è poi la questione della specificità: livelli elevati di p-tau217, per esempio, sono un forte indicatore di Alzheimer, ma la presenza contemporanea di MTBR-tau243 aumenterebbe la certezza che i sintomi cognitivi siano effettivamente dovuti a quella malattia e non ad altre forme di demenza -2. È una combinazione di indizi, più che un singolo colpo di scena.

L'applicazione clinica attuale e il futuro della ricerca

Per questi motivi, al momento, l'utilizzo di questi esami del sangue viene raccomandato solo in ambito di ricerca. La stessa Suzanne Schindler, neurologa della Washington University e autrice principale di uno degli studi, è stata molto chiara nell'affermare che, per ora, non si consiglia a persone senza disturbi cognitivi di sottoporsi a questi test -3. Il rischio, in assenza di una validazione su popolazioni ampie e diversificate, è quello di ottenere risultati ambigui o difficilmente interpretabili, che potrebbero causare inutili ansie o, al contrario, un ingiustificato senso di sicurezza. Gli stessi ricercatori che hanno sviluppato il test per l'MTBR-tau243, come Randall J. Bateman e Kanta Horie, sottolineano come l'obiettivo finale sia quello di entrare in un'era di medicina personalizzata per l'Alzheimer, dove si possa scegliere la terapia più adatta in base allo stadio preciso della malattia -1-10. Ma perché questo accada, i test devono diventare più affidabili e i trattamenti, oggi mirati soprattutto alla proteina amiloide, dovranno essere affiancati da farmaci in grado di contrastare efficacemente anche l'accumulo della tau.

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