Italia sulla Luna, siglato l’accordo: un astronauta tricolore camminerà sulla superficie
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Redazione Scienza e Tecnologia
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La lunga collaborazione tra l’Agenzia Spaziale Italiana e la NASA, iniziata decenni fa con le missioni dello Shuttle e proseguita con la Stazione Spaziale Internazionale, si prepara a vivere il suo capitolo più ambizioso. A Washington, il 31 marzo 2026, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e l’amministratore della NASA, Jared Isaacman, hanno firmato un nuovo Statement of Intent che sancisce un salto di qualità nel rapporto bilaterale: l’Italia avrà un suo astronauta destinato a camminare sulla Luna.
Un modulo abitativo “Made in Turin” per Artemis
L’elemento centrale di questa intesa, che formalizza il ruolo del nostro Paese all’interno del programma Artemis, è il modulo abitativo lunare denominato MPH. Si tratta di una struttura pressurizzata progettata per diventare il primo nucleo di un avamposto permanente sulla superficie selenare. Il presidente dell’ASI, Teodoro Valente, ha spiegato che la cooperazione più stretta tra le due agenzie porterà alla realizzazione di un campo base sul nostro satellite, un obiettivo che rappresenta la prosecuzione naturale dell’investimento italiano nel settore spaziale, forte di una filiera industriale che vede in Thales Alenia Space (con stabilimenti a Torino) il primo contraente generale per la realizzazione dell’abitacolo. L’MPH non sarà solo un riparo, ma un elemento integrato dell’architettura di Artemis, capace di supportare attività scientifiche e garantire una presenza umana stabile, un progetto che si inserisce in una visione di lungo termine già tracciata dalla cosiddetta “Space Law” italiana.
La sfida tecnologica e il ritorno alla Luna
L’accordo, che include anche la cooperazione su sistemi di comunicazione e attività scientifiche extraveicolari, rappresenta per l’Italia la conquista di un primato strategico. La fornitura del modulo abitativo, il cui lancio è previsto nei prossimi anni dal Kennedy Space Center, è la contropartita tecnologica che apre le porte alla partecipazione diretta di un astronauta tricolore alla discesa sul suolo lunare. Questa prospettiva, a lungo auspicata da figure storiche dell’astronautica italiana come Umberto Guidoni (primo europeo a visitare la ISS nel 2001) e oggi rilanciata con vigore, trasforma l’Italia da fornitrice di servizi a protagonista attiva dell’esplorazione umana. La Sicilia, così come il resto del Paese, guarda con interesse a questa evoluzione: Luca Parmitano, già noto per le sue missioni sulla Stazione Spaziale e per il record di attività extraveicolari, è indicato come uno dei nomi in pole position per rappresentare l’Europa in questa storica occasione, insieme ad altri colleghi del astronautico europeo (ESA), in una competizione tecnica che si basa sull’esperienza e sulle capacità operative.
Dalla Terra alla superficie: una presenza stabile
La firma di Washington, avvenuta nel corso di una missione istituzionale dedicata alla cooperazione industriale e tecnologica, va oltre il semplice simbolo. Lo Statement of Intent formalizza infatti l’integrazione dell’Italia nel perimetro di Artemis, l’ambizioso programma guidato dalla NASA che mira a stabilire una presenza umana sostenibile e duratura sulla Luna. L’accordo prevede che le competenze italiane in materia di moduli abitativi, sistemi di comunicazione e logistica non siano più un elemento accessorio, ma parte strutturante della strategia per il ritorno sulla superficie lunare. La frase con cui Teodoro Valente ha commentato l’evento, parlando di “una lunga cooperazione spaziale, oggi ancor più profonda”, riassume il senso di un percorso che, partendo dalla realizzazione dei moduli di servizio per la capsula Orion, arriva ora a prevedere la costruzione di una “casa” in grado di ospitare gli esseri umani nel lungo periodo, sfruttando il know-how accumulato dall’industria italiana nelle tecnologie per l’abitabilità nello spazio.
I dettagli tecnici dell’intesa, che saranno sviluppati nei prossimi mesi attraverso i tavoli di lavoro tra l’ASI e la controparte statunitense, riguardano la gestione del modulo MPH come asset permanente. Questa struttura, dotata di mobilità limitata sulla superficie, dovrà resistere alle condizioni estreme dell’ambiente lunare: dalle radiazioni alle variazioni termiche, fino alla gestione della polvere regolite. L’obiettivo è garantire che l’infrastruttura possa operare per almeno un decennio, fungendo da laboratorio avanzato e base operativa per le missioni successive, sia con equipaggio che in modalità automatica. È questa la sostanza dell’accordo che porterà l’Italia a giocare un ruolo da protagonista nella nuova fase dell’esplorazione spaziale, quella che mira a trasformare la Luna in un avamposto permanente in vista di future missioni verso Marte, un obiettivo per il quale il governo americano, con la nuova amministrazione Trump, ha ribadito il proprio impegno a sostenere gli alleati strategici come l’Italia.




