Verso la Luna, l’attesa di cinquant’anni finisce stanotte: l’Italia c’è, con i suoi moduli e i suoi pannelli
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Quando l’Apollo 17 ammarò nell’Oceano Pacifico quel lontano 19 dicembre del 1972, nessuno – o forse solo qualche ingegnere della Nasa speranzoso – sospettava che sarebbero trascorsi più di cinquant’anni prima che altri esseri umani si avventurassero oltre l’orbita terrestre diretti verso la Luna. Meteo e attività solare, che proprio in queste ore tengono col fiato sospeso gli addetti ai lavori per via di alcuni brillamenti, permettendo, l’attesa potrebbe finire nella notte tra oggi e domani: dalla rampa 39B del Kennedy Space Center, la stessa da cui partì l’Apollo 10, il razzo Space Launch System (SLS), alto quanto un edificio di trentadue piani, dovrebbe solcare il cielo della Florida per consegnare nello spazio la capsula Orion. A bordo ci sono quattro astronauti: il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover, la specialista di missione Christina Koch – che sarà la prima donna a spingersi così lontano – e il canadese Jeremy Hansen, destinato a diventare il primo non statunitense a oltrepassare il confine dell’orbita bassa. Non metteranno piede sulla superficie lunare, sia chiaro, ma si spingeranno fino a circa quattrocentomila chilometri dalla Terra, sorvolando il lato nascosto a poco più di settemila chilometri di quota, per poi rientrare seguendo una traiettoria di “libero ritorno”: un’ellisse che, sfruttando la gravità del nostro satellite, riporterebbe l’equipaggio a casa persino in caso di guasto ai motori.
Un cantiere in orbita, non solo una bandiera: la nuova architettura lunare
Chi si aspetterebbe un semplice bis delle imprese di Neil Armstrong farebbe bene a ricredersi. Il programma Artemis, a differenza delle missioni Apollo nate in piena Guerra Fredda, insegue un’idea più ambiziosa: non arrivare per piantare un vessillo, ma restare per costruire un’infrastruttura stabile. Lo ha ribadito di recente l’amministratore della Nasa, Jared Isaacman, promettendo una base permanente entro il 2036 e una riconfigurazione dell’intera architettura originaria che ha posticipato l’allunaggio con equipaggio alla missione Artemis 4, prevista per il 2028. Questa missione, dunque, è il primo vero banco di prova per la capsula Orion, una versione tecnologicamente aggiornata delle vecchie Apollo: i suoi nove metri cubi di volume abitabile, contro i sei del passato, ospitano un rifugio antiradiazioni, una toilette – dettaglio non secondario per un viaggio di circa dieci giorni – e sistemi computerizzati che riducono il carico di lavoro manuale per l’equipaggio. Si testeranno le comunicazioni laser, i sistemi di supporto vitale in profondità e, cosa non meno importante, la risposta umana a livelli di radiazione mai sperimentati dalla fine degli anni Settanta.
Dai ritardi alla geopolitica, la lunga strada verso il decollo
Il percorso verso questa finestra di lancio – aperta ufficialmente per la notte italiana del 2 aprile – è stato tutt’altro che lineare. Originariamente previsto per il 2024, il volo di Artemis 2 ha subito rinvii dovuti a problemi tecnici, in particolare allo scudo termico della Orion e a complesse verifiche sui sistemi di sicurezza. La revisione più profonda, però, riguarda il futuro stesso del programma: con il gigante SpaceX in ritardo sullo sviluppo del lander Starship, necessario per il trasferimento di carburante in orbita, la Nasa ha dovuto reintrodurre in gioco Blue Origin, l’azienda di Jeff Bezos, per garantire una competizione che eviti colli di bottiglia. E sullo sfondo, a fare da acceleratore, c’è la Cina: Pechino punta a portare i propri taikonauti sulla Luna entro il 2030, e i recenti successi con le missioni Chang’e sul lato nascosto del satellite hanno trasformato la competizione spaziale in una sfida geopolitica a tutti gli effetti, con il presidente Trump che ha spinto per tempi più serrati.
Il “made in Italy” che vola e quello che verrà: moduli e pannelli
L’Italia, in questa partenza, non è uno spettatore defilato. Il modulo di servizio europeo (ESM) che garantisce propulsione, energia e ossigeno alla capsula Orion è stato realizzato in gran parte nel nostro Paese: Leonardo, nello stabilimento di Nerviano, ha prodotto i pannelli fotovoltaici che formano le quattro grandi “ali” del modulo, capaci di generare oltre 11 kilowatt di potenza. Thales Alenia Space ha curato la struttura e i sottosistemi critici, mentre Telespazio seguirà in tempo reale la traiettoria della capsula grazie alle antenne del Centro spaziale del Fucino in Abruzzo. La notizia più rilevante, però, è arrivata alla vigilia del lancio: il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha firmato a Washington un accordo con la Nasa che formalizza il coinvolgimento italiano nella costruzione dei primi moduli abitativi permanenti sulla Luna. Si tratta del Multi-Purpose Habitat, un cilindro pressurizzato in fase di sviluppo a Torino destinato a diventare la “casa degli astronauti” per una vita operativa di dieci anni. Con questo accordo, l’Italia si candida a realizzare il primo campo base lunare e, come lasciato intendere dal presidente dell’Asi, Teodoro Valente, a mettere a terra un proprio astronauta nel prossimo futuro.
Meta Description: Artemis 2 parte stanotte: dopo 53 anni l’uomo torna verso la Luna. Con l’equipaggio e il made in Italy: moduli abitativi, pannelli e accordi per la base lunare.




