Calenda e il rischio illiberale: quando la polemica supera il limite

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A forza di combattere contro populisti e illiberali, c’è chi finisce per assomigliare ai propri avversari. E a giudicare dalle ultime esternazioni di Carlo Calenda, fondatore di Azione, il sospetto che anche lui stia scivolando verso toni sempre più aggressivi e poco democratici non sembra infondato. Basta analizzare due delle sue recenti uscite per rendersi conto di come il linguaggio politico, quando si radicalizza, rischi di perdere ogni misura.

Prendiamo la sua posizione sulla proposta di "cancellare" il Movimento 5 Stelle. Un’espressione che, al di là della provocazione, stride con i principi di un sistema pluralista, dove i partiti – anche quelli più criticati – hanno diritto di esistere. Se poi si considera che Calenda si definisce un paladino della democrazia liberale, la contraddizione appare ancora più evidente. Ma il problema non è solo lessicale: è la deriva illiberale che sembra affiorare da certe semplificazioni, come se la politica dovesse ridursi a una guerra tra "noi" e "loro".

E qui si inserisce un altro tema caldo: il riarmo dell’Europa. Giorgia Meloni, durante un recente intervento, ha ironizzato sull’idea di un continente trasformato in «una grande comunità hippie demilitarizzata», suscitando ilarità tra i suoi sostenitori, incluso lo stesso Calenda. Peccato che la questione sia tutt’altro che banale. Mentre il governo difende gli 800 miliardi stanziati per la difesa europea, il M5S contesta quelle risorse, sostenendo che sarebbero state meglio impiegate in scuola, sanità e welfare. E lo stesso vale per il miliardo destinato ai centri di rimpatrio in Albania, una misura criticata dalle opposizioni come uno spreco di denaro pubblico.

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