Quando Santana accorciò il concerto per far suonare ancora la Pfm: Franz Di Cioccio, ottant'anni di bacchette e passione
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il telefono squilla e, prima ancora che dall'altra parte si possa formulare un convenzionale saluto, la voce interrompe con un sorriso percepibile: "No, se parti dicendo buonasera, parti già male. Dammi del tu!". Franz Di Cioccio, reduce dal soundcheck prima di un ennesimo concerto con la Premiata Forneria Marconi, non ha tempo per le formalità, perché il palco chiama e il ritmo, quello che da una vita scandisce i suoi giorni, è sempre incalzante. A chi gli domanda che effetto faccia compiere ottant'anni, risponde con una battuta che ne riassume lo spirito indomito: "Nessuno, io ho sempre pensato di arrivare almeno a centocinquanta". E alla prospettiva di un ritiro, che per molti potrebbe sembrare fisiologica, oppone un concetto semplice e perentorio: "Suonare è per tutta la vita, non ci sono alternative", una dichiarazione d'intenti che vale più di qualsiasi lunga dissertazione artistica.
Le radici di un batterista atipico e il sogno del sax
La sua storia, come spesso accade per i percorsi più significativi, non è iniziata dietro una batteria. Figlio di un sarto con una passione viscerale per la musica, il giovane Franz fu inizialmente indirizzato verso il sax o l'oboe, strumenti che al padre sembravano più consoni. "Il sax all'inizio ti taglia le labbra e non puoi più baciare una ragazza", ricorda oggi Di Cioccio con il suo humor diretto, spiegando così, in modo prosaico, una deviazione destinata a cambiare le sorti del rock progressivo italiano. La pittura, altra sua antica vocazione, rimane un'amante mai abbandonata – "dipingo ancora, quando mi va" – ma è nel ritmo che ha trovato la sua espressione più completa, forgiando uno stile unico, energico e al tempo stesso di una precisione chirurgica, che molti hanno tentato di imitare.
Il palco come ossigeno e il peso delle scelte
Per lui, la domanda non è come si faccia ad avere ancora voglia di salire su un palco dopo decenni di tour, ma piuttosto come si possa vivere lontano da quello spazio di condivisione. "Me lo sono sempre chiesto, visto che non ho nessuna intenzione di smettere", afferma, sottolineando come il rapporto con il pubblico lasci un segno indelebile e la musica costituisca un abbraccio costante. "Io dico che abbiamo le orecchie apposta per sentire la musica", aggiunge, in una sintesi quasi filosofica del suo essere. Una dedizione totale che, nel corso degli anni, ha significato anche prendere decisioni difficili, come il rifiuto di proposte internazionali allettanti pur di non tradire quello che considera il nucleo familiare del gruppo, quella Pfm che ha costruito pezzo dopo pezzo.
Un'eredità che parla di percorsi incrociati
La sua influenza, del resto, travalica i confini nazionali, toccando persino nomi che hanno scritto la storia del rock. C'è chi, come Phil Collins, ha riconosciuto pubblicamente un debito, sostenendo che senza l'esperienza della Premiata Forneria Marconi i Genesis non sarebbero stati gli stessi. Aneddoti di questo tipo si mescolano a ricordi più personali, come le notti insonni passate a discutere di musica e vita, o a episodi che testimoniano il rispetto tra giganti, come quella volta in cui Carlos Santana, da headliner, decise volontariamente di accorciare il proprio concerto per concedere alla Pfm il tempo di eseguire un bis, in un gesto di rara fratellanza artistica. Oggi, circondato dai suoi sei cani e sette gatti, Franz Di Cioccio non guarda indietro con nostalgia né avanti con apprensione; vive semplicemente nel presente della musica, con le bacchette in mano e la battuta pronta, dimostrando che il vero rock, quando è autentico, non conosce età.




