I Radiohead tornano a suonare dal vivo, a Madrid il primo concerto dopo sette anni

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Dopo un silenzio durato sette interi anni, un periodo che per molti aveva assunto i contorni di un’assenza definitiva, i Radiohead hanno infranto ogni attesa con un ritorno che non è stata una semplice rievocazione, bensì una riconferma della loro potenza artistica. Alla Movistar Arena di Madrid, cuore pulsante di una serie di date già esaurite in tutta Europa, la band ha inaugurato il tour 2025 dinanzi a una folla di ventimila persone, restituendo tutta la complessità emotiva e la tensione sperimentale che da sempre la caratterizzano. Thom Yorke, al centro di un palco circolare avvolto da pareti LED, ha guidato i suoi compagni in una performance che, lungi dall'essere una sterile antologia, si è rivelata un organismo vivo e palpitante, capace di scavare sia nella memoria collettiva che negli archivi più oscuri del proprio repertorio.

Una scaletta tra classici e rarità

La scelta di aprire il concerto con “Let Down”, brano caro ai fan più fedeli, ha segnato subito un tono preciso: quello di un dialogo intimo e profondo con il proprio pubblico, al quale sono stati offerti venticinque brani che hanno attraversato trasversalmente l’intera discografia del gruppo. Accanto ai monumenti imprescindibili, quelli che hanno scritto pagine fondamentali della musica contemporanea, la band ha recuperato alcune B-sides, incisioni minori che non venivano eseguite da anni e che, nel contesto della serata, hanno acquisito una rinnovata urgenza sonora. Questa alternanza, sapientemente calibrata, ha evitato qualsiasi caduta nella nostalgia fine a se stessa, proponendo invece un percorso musicale in continua evoluzione, dove la malinconia delle atmosfere si fondeva con una ritrovata energia elettrica.

La scena e la sua architettura

L’allestimento scenico, concepito per mettere la musica al centro dell’esperienza, ha giocato un ruolo fondamentale nell’amplificare le suggestioni dei brani. Il palco, circondato da schermi verticali e pannelli dinamici, non ha mai ceduto allo spettacolo fine a se stesso, ma ha dialogato costantemente con le nuances della performance. Luci liquide e giochi di ombre, che si espandevano e contraevano al ritmo della musica, hanno creato un flusso visivo ipnotico, quasi un’estensione fisica delle tessiture sonore costruite dalla band. In questo ambiente immersivo, la voce di Yorke, con la sua capacità di unire fragilità e tensione distopica, si è librata sopra un tappeto ritmico preciso e potente, guidando l’intero ensemble attraverso un viaggio della durata di oltre due ore.

Il significato di un ritorno

Al di là della scaletta e della messa in scena, ciò che è emerso dalla serata madrilena è stata l’immagine di un gruppo coeso e rigenerato dalla pausa forzata. L’esecuzione, tecnicamente impeccabile, non ha mai suonato meccanica o di routine, trasmettendo invece la sensazione di una ricerca ancora viva e di un’urgenza creativa intatta. I lunghi anni di lontananza dai palcoscenici non hanno quindi offuscato la loro alchimia, ma sembrano averla anzi raffinata, restituendo al pubblico una formazione capace di onorare il proprio passato senza rimanerne prigioniera, proiettandosi con decisione in un presente musicale che continua a mancare di punti di riferimento così solidi.

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