I Radiohead, profeti di un presente che avevano già annunciato trent'anni fa
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Quando, un giorno, Thom Yorke definì “Il primo segno sul muro” la canzone Lucky, non stava semplicemente rievocando un aneddolo creativo ma, piuttosto, indicava inconsapevolmente una svolta epocale per la sua band. Quel brano, infatti, nacque nell’estate di trent’anni fa da un fugace incontro con Brian Eno, il quale aveva invitato i Radiohead a contribuire a una compilation. Quell’episodio, apparentemente minore, fu il germe da cui scaturì una traiettoria artistica completamente nuova, le cui coordinate, già all’epoca, possedevano un carattere profetico che andava ben oltre il semplice senno di poi.
Uno spartiacque chiamato 'Ok Computer'
Il disco che di lì a poco, nel 1997, avrebbe cristallizzato questa visione, ‘Ok Computer’, si impose immediatamente come un autentico spartiacque. Lasciandosi alle spalle un passato – rappresentato, per molti, dal brit pop che non poteva costituire una comfort zone per Thom Yorke e compagni – l’album spalancò le porte su scenari futuri in cui non solo avremmo messo piede, ma ci saremmo immersi con ogni parte di noi, mani, testa e, soprattutto, cervello. Anticipando le distopie tecnologiche e le alienazioni della modernità, quel lavoro non si limitava a prevedere il futuro: lo stava già vivendo, traendone una colonna sonora angosciata e magnifica.
Il ritorno trionfale all'Unipol Arena
Questa eredità, così potente e duratura, è stata celebrata di recente all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno, dove i Radiohead hanno inaugurato la loro attesissima tournée. Ad accoglierli, c’erano quattordicimila fan entusiasti, molti dei quali giovanissimi, provenienti da tutta Italia e dall’estero, pronti a lasciarsi travolgere da un’energia a lungo attesa. Dopo i primi quattro live a Madrid, la data bolognese – la prima di quattro concerti tutti sold out – ha segnato il ritorno in Italia della band, che ha suonato per due ore con una scaletta composta da venticinque brani.
Una gabbia di luce e la libertà ritrovata
La loro esibizione ha preso vita al centro del parterre, su un palco circolare sovrastato da dodici schermi verticali. Dopo un attacco estratto dal secondo album “The Bends”, la performance è proseguita con "2+2=5" e "Sit Down. Stand Up". Quella che inizialmente è parsa una gabbia protetta da schermi luminosi, una metafora del successo forse, si è aperta solo a partire dal secondo brano, liberando una band che, dopo sette anni di pausa, suonava senza nemmeno un nuovo album da promuovere. Il loro ritorno, annunciato a sorpresa pochi mesi fa per questo tour europeo, è stato suggellato da un gesto significativo: sono saliti sul palco attraverso un corridoio aperto tra il pubblico, senza bisogno di transenne a separarli da chi, da tre decenni, ascolta le loro profezie.




