Microplastiche in cucina, tra allarmi e dubbi della scienza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre si prepara una cena, pochi pensano di poter servire inconsapevolmente, assieme alle portate, un contorno di microplastiche. Queste particelle, invisibili a occhio nudo, sono ormai ubiquitarie, presenti nell'acqua e nell'aria che respiriamo, ma alcune pratiche e utensili comuni in cucina possono amplificarne la presenza nel pasto. Sebbene gli studi sull’impatto preciso sulla salute umana siano ancora in corso, molti ricercatori consigliano un principio di precauzione, suggerendo di limitare quanto possibile l’esposizione attraverso le abitudini domestiche.

Le fonti nascoste tra i fornelli

Le fonti da cui possono originarsi queste microparticelle durante la preparazione del cibo sono molteplici e spesso insospettabili. Taglieri in plastica, utensili da cottura con rivestimenti abrasi, contenitori per il food storage, ma anche le stesse buste per la cottura a vapore o alcuni tipi di filtri per tè rilasciano, sottoposti a calore o usura, frammenti microscopici. Anche l’abitudine di riscaldare gli alimenti in certi contenitori di plastica dentro al microonde costituisce, come dimostrato da varie analisi, una via di contaminazione diretta del cibo, che viene poi ingerita. Si tratta di un processo lento e costante, che contribuisce al carico complessivo a cui l’organismo è sottoposto, un accumulo sul quale la scienza sta ancora indagando a fondo.

Il dibattito scientifico sulla reale portata del fenomeno

Proprio sulla effettiva diffusione delle microplastiche nel umano, tuttavia, il mondo scientifico è attraversato da un acceso dibattito. Ricerche diventate emblematiche, che hanno segnalato il ritrovamento di particelle in organi vitali come il cervello, il cuore o la placenta, sono state recentemente messe in discussione. Un’inchiesta giornalistica ha sollevato, raccogliendo le voci di numerosi studiosi, fondati dubbi sulla validità metodologica di alcuni di questi studi, ipotizzando che possibili contaminazioni dei campioni o errori di analisi abbiano distorto i risultati. Dušan Materić, ricercatore tedesco, ha definito “una barzelletta” uno studio specifico sulla diffusione delle microplastiche nel cervello, sottolineando come alcuni rilevamenti potrebbero aver scambiato, ad esempio, grassi cerebrali per frammenti di plastica.

La cautela come unica strada percorribile

Nonostante le incertezze e le contestazioni, che rendono complesso stabilire una mappa definitiva della contaminazione, il potenziale rischio legato alla capacità di queste particelle di attraversare barriere biologiche e di accumularsi nei tessuti impone un atteggiamento cauto. La ricerca giudiziaria, in alcuni casi di cronaca nera legati a inchieste ambientali su sversamenti illeciti, ha spesso evidenziato come la contaminazione da polimeri costituisca un danno diffuso e di lunga durata. Pertanto, al di là del dibattito accademico in corso, l’attenzione alle fonti di esposizione quotidiana, a partire dalla cucina, rimane una scelta pragmatica. Si tratta di gesti semplici, come preferire materiali alternativi alla plastica laddove possibile, che possono contribuire a ridurre un’assunzione le cui conseguenze a lungo termine non sono ancora state completamente chiarite dalla comunità scientifica internazionale.

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