Mourinho e il Triplete dell'Inter: il documentario Netflix tra ricordi e rivelazioni sul suo addio
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Redazione Sport
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Mou contro tutti, anche contro il tempo e i ricordi. La docuserie dedicata a José Mourinho, disponibile da oggi, martedì 11 agosto, sulla piattaforma Netflix, si apre come un viaggio nella mente di uno degli allenatori più vincenti e controversi del calcio mondiale.
Diretta da Joe Pearlman e prodotta da John Battsek, la squadra che ha realizzato il celebre documentario su Beckham, la serie in tre episodi non si limita a celebrare i trofei, ma scava nelle ossessioni, nelle contraddizioni e nel carattere di un personaggio che ha segnato un'epoca, soprattutto per i tifosi dell'Inter e del Real Madrid.
Girata nell'arco di due anni, l'opera promette di mostrare il volto meno conosciuto dello Special One, quello che si cela dietro la maschera del vincente seriale, in un momento storico particolare: il suo clamoroso ritorno sulla panchina delle "Merengues", a distanza di oltre un decennio dalla prima, turbolenta esperienza.
La scelta più difficile: l'addio all'Inter dopo la notte di Madrid
Uno dei capitoli più intensi della narrazione è inevitabilmente dedicato all'Inter e allo storico Triplete del 2010, un'impresa che rappresenta l'apice della carriera di Mourinho e che, paradossalmente, segna anche un punto di non ritorno. Nel documentario, l'allenatore portoghese torna a parlare della sua esperienza in nerazzurro, descrivendo un inizio complicato a causa di una rosa considerata "vecchia", con calciatori over 30 gravati da contratti pesantissimi.
Tuttavia, è il momento dell'addio a catalizzare l'attenzione, un addio che lui stesso definisce la decisione più difficile della sua carriera. La scelta di lasciare Milano subito dopo la vittoria della Champions League, per accettare la sfida del Real Madrid, viene raccontata con la consapevolezza di chi ha dovuto prendere una decisione dolorosa ma necessaria.
"Sì, lo rifarei", ha dichiarato Mourinho, spiegando che con l'Inter aveva raggiunto il massimo e che la nuova avventura in Spagna rappresentava una sfida irrinunciabile, ovvero quella di interrompere il dominio del Barcellona.
Un retroscena inedito: la firma con il Manchester United prima del ritorno al Chelsea
La serie Netflix, però, non si ferma ai fatti già noti e regala un retroscena sorprendente che riguarda il dopo Real Madrid. Nel 2013, dopo l'addio burrascoso ai Blancos, Mourinho era già pronto a diventare il successore di Sir Alex Ferguson sulla panchina del Manchester United. Il documentario rivela che l'allenatore portoghese aveva addirittura firmato un accordo per subentrare allo storico tecnico scozzese, il quale conferma la versione dei fatti raccontando di una conversazione telefonica che lo vide ascoltare un Mourinho in lacrime.
Tuttavia, poche ore dopo aver accettato l'incarico, il portoghese cambiò idea, scegliendo di tornare al Chelsea. Il motivo di questo ripensamento, come raccontato nel documentario, è profondamente umano e psicologico: dopo l'esperienza logorante al Real Madrid, Mourinho sentiva il bisogno di essere amato e di trovare un ambiente che lo considerasse "casa".
"Non me ne pento, è stata una decisione di cuore", ha spiegato, sottolineando come il ritorno a Stamford Bridge fosse dettato dalla necessità di ricostruire un rapporto speciale con i tifosi e la società, lontano dalle tensioni e dalle guerre di potere che avevano segnato i suoi ultimi mesi in Spagna.
La rivalità senza tempo con Guardiola e la "debolezza" del congedo
Come da copione, la rivalità con Pep Guardiola occupa uno spazio significativo all'interno della docuserie, riaccendendo i riflettori su uno dei dualismi più intensi della storia del calcio. L'occasione per un nuovo affondo è offerta dal tema del "sabbatical", l'anno sabbatico che Guardiola prese dopo aver lasciato il Barcellona nel 2012. Mourinho, con la sua consueta schiettezza, non usa mezzi termini: "Alcuni hanno bisogno di un anno sabbatico, una cosa che odio. Per me, sabbatico significa debolezza. Non parlatemi di sabbatici.
Io non ho mai bisogno di riposo; mi riposerò quando morirò". Una dichiarazione che, sebbene non faccia esplicitamente il nome del suo storico avversario, rappresenta un chiaro messaggio a chi, come Guardiola, ha scelto di prendersi una pausa dal calcio giocato. Per Mourinho, la carriera è una marcia inarrestabile, un'ossessione continua per il controllo e la vittoria, un modo di intendere il lavoro che lo ha reso speciale e, allo stesso tempo, lo ha portato a scontri frontali con calciatori, dirigenti e colleghi.
Un mosaico di voci e un ritorno al presente
La ricchezza della docuserie, come sottolineato da Joe Pearlman, risiede nella capacità di mostrare il lato umano di Mourinho, quello che i tifosi non vedono in panchina. Il documentario si avvale di una schiera di testimoni eccezionali, non solo calciatori come Javier Zanetti, Marco Materazzi, Samuel Eto'o e Zlatan Ibrahimović, ma anche figure istituzionali come l'ex presidente dell'Inter Massimo Moratti e leggende come Sir Alex Ferguson.
I loro racconti contribuiscono a dipingere un ritratto a tutto tondo di un uomo che, nonostante gli oltre 25 trofei vinti in quattro paesi diversi, sembra essere ancora animato da un'inestinguibile fame di rivalsa. A impreziosire ulteriormente l'uscita della serie c'è il tempismo perfetto con il ritorno di Mourinho sulla panchina del Real Madrid, un nuovo capitolo che si apre mentre il mondo ripercorre le gesta di quello che, per molti, rimane l'ultimo grande "condottiero" del calcio mondiale.
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