Il superbonus come “male dei mali” affonda i conti, e sul nuovo green stallo del governo
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Redazione Interno
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La narrazione ufficiale, quella che traspare dalle dichiarazioni del ministro Giorgetti e della premier Meloni, non potrebbe essere più severa: il superbonus, introdotto dal governo Conte II, rappresenta il “male dei mali”, un macigno che impedisce all’Italia di mettere la testa fuori dalla procedura Ue per deficit eccessivo. Un giudizio, questo, che è stato ribadito con forza anche a Nicosia, dove la presidente del Consiglio ha rivendicato i progressi fatti (“deficit all’8,1% quando ci siamo insediati, oggi al 3,1%”) per poi scaricare il peso delle criticità attuali sulle scelte passate. «Finirò di pagare i debiti del superbonus, lasciati da qualcun altro, quando ci saranno le prossime elezioni politiche», ha detto Meloni, incanalando l’ira verso quelle misure che, a suo dire, hanno consegnato all’esecutivo un’eredità di miliardi da smaltire.
L’incubo dei conti pubblici e la “punizione” di Bruxelles
L’Italia, va detto, non è sola nella procedura per disavanzo eccessivo – ci sono altri otto Paesi nella stessa barca – ma questo allineamento non rappresenta una consolazione per Palazzo Chigi. Secondo le ricostruzioni più recenti, il superbonus continua a gravare sulle casse dello Stato in maniera tale che, come ha scritto ieri la premier sui social, «anche prendendo per buone le attuali stime Istat, saremmo stati comunque sotto il 3% di deficit se nel 2025 non avesse gravato l’esborso di miliardi». Un’affermazione forte, che fotografa l’ostacolo principale: una misura concepita per trainare l’edilizia (e che, lo si ammetta con onestà intellettuale, un impatto economico non del tutto negativo lo ha pur avuto) si è trasformata in una zavorra per la finanza pubblica. Senza quella spesa, insomma, il rapporto deficit-Pil sarebbe già sotto la soglia di Maastricht.
Il paradosso tra debiti ereditati e nuove necessità green
Eppure, proprio mentre si cerca di chiudere i conti con quell’esperienza, il governo si trova impigliato in uno stallo sulla direttiva europea “Case Green”. La transizione energetica degli edifici – che Bruxelles chiede con forza – richiederebbe risorse, interventi mirati e, in qualche misura, nuovi strumenti di sostegno alle famiglie e alle imprese. Ma qui nasce il paradosso: lo stesso esecutivo che definisce il superbonus una “misura sciagurata” non è ancora riuscito a trovare una quadra per i bonus green del futuro. Non c’è spazio per nuovi sconti in fattura massicci, si dice, perché le casse sono ancora dissanguate da quelli vecchi. Il ministro Giorgetti, dal canto suo, ha più volte ribadito che il “male dei mali” impedisce all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione, ma anche di avviare politiche espansive sull’efficientamento.
L’attualità del dibattito dopo il Documento di finanza pubblica
Il tema è tornato rovente dopo il via libera al nuovo Documento di finanza pubblica, quei dati che hanno ufficialmente certificato lo sforamento oltre il 3%. La premier, in un post che ha fatto discutere, ha attaccato senza mezzi termini: «Oggi i conti sono in ordine, altri hanno lasciato i debiti del superbonus». Una frase che, volendo, sintetizza l’intera strategia comunicativa del governo: rivendicare il risanamento fatto (dall’8,1 al 3,1%) e proiettare le responsabilità degli attuali vincoli su chi c’era prima. Peccato che, nel mezzo, resti la questione dell’attuazione della direttiva Case Green: un dossier che a Roma continua a non decollare, perché ogni ipotesi di nuovo bonus si scontra con la memoria (e i costi residui) di quello vecchio. Così, mentre Bruxelles osserva, l’Italia rimane intrappolata in un cortocircuito politico-finanziario. Non una novità, per la cronaca nera della finanza pubblica: un’inchiesta lunga anni sui bonus edilizi ha già mostrato distorsioni e utilizzi impropri, ma qui il punto è un altro. Si tratta di capire come un Paese possa guardare al futuro green se è ancora immobilizzato dal rimorso (e dai debiti) del suo recente passato.




