Il superbonus come capro espiatorio e lo stallo green del governo
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Redazione Interno
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Quando il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, definisce il superbonus il “male dei mali”, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, lo rincara definendolo una “misura sciagurata”, non si tratta soltanto di una bordata retorica all’indirizzo del governo Conte II, che pure resta nel mirino. C’è, piuttosto, una precisa strategia comunicativa volta a spostare l’asse del dibattito pubblico lontano dalle difficoltà attuali di bilancio, se è vero che il Documento di finanza pubblica appena licenziato certifica un deficit al 3,1 per cento – una frazione, certo, ma sufficiente a mantenere l’Italia dentro la procedura d’infrazione europea per eccessivo disavanzo. E qui, proprio qui, il discorso si fa più intricato: la premier ha infatti scritto, in un post sui social, che “se anche nel 2025 sulle casse dello Stato non avesse gravato l’esborso di miliardi per il superbonus, saremmo stati comunque sotto il 3%”. Un’ipotesi, la sua, che suona come una condanna senza appello per quella misura che, va ricordato, aveva l’obiettivo di trainare l’edilizia fuori dalla crisi pandemica.
L’impatto economico, una faccenda meno lineare di quanto si dica
Eppure, a fronte di questa narrazione martellante, qualche dato scomodo resiste. L’impatto del superbonus – nonostante l’enorme peso sui conti pubblici, tant’è che gli sconti in fattura e le compensazioni hanno letteralmente bucato il bilancio dello Stato – non è stato del tutto negativo, se si guarda al volume di lavoro generato nel settore delle costruzioni e alla riqualificazione energetica di decine di migliaia di edifici. Ma Meloni e Giorgetti, come si diceva, non sembrano disposti a riconoscere neppure una virgola di quelle evidenze: per loro resta il “male assoluto”, e lo ripetono a ogni tornata di dati sfavorevoli, quasi fosse un mantra necessario per giustificare l’impossibilità di aprire nuovi spazi di manovra. Il punto, però, è un altro: mentre si consuma questa rituale delegittimazione del passato, il governo è in totale stallo su ciò che verrà.
La direttiva Case Green, il grande imbiancato
A complicare ulteriormente il quadro, c’è infatti la questione dell’attuazione della direttiva Ue “Case Green”, che impone agli Stati membri obiettivi stringenti di efficientamento energetico per il patrimonio immobiliare. Una direttiva che, nelle intenzioni di Bruxelles, dovrebbe sostituire l’approccio a pioggia dei vecchi bonus con un sistema più organico e strutturale, basato su scaglioni temporali e target per classe energetica. Ma da Palazzo Chigi, al momento, non filtrano proposte concrete. Nessun nuovo bonus green allo studio, almeno non ufficialmente. Il muro contro il superbonus rischia così di paralizzare ogni ipotesi di intervento, lasciando l’Italia in una posizione imbarazzante: da un lato sotto procedura per deficit, dall’altro a rischio di infrazione per mancato recepimento delle direttive ambientali.
La “punizione” europea e il paradosso delle nove (cattive) compagnie
Non si tratta, lo si è detto, di una singolarità tutta italiana. Sono nove i Paesi Ue finiti nella stessa procedura per disavanzo eccessivo, e la circostanza che Bruxelles abbia aperto un fascicolo anche per Francia, Spagna e Belgio non rende certo più lieve il peso che grava sui conti di Roma. Quel che però fa arrabbiare la premier, come lei stessa ha scritto, è la consapevolezza che lo sforamento – per quanto minimo, quel 3,1 contro il 3 per cento – dipenda in larga parte da una misura che non è più in vigore nella sua forma originaria. Il ragionamento, in apparenza solido, cela una debolezza: si addossa a un provvedimento del passato la responsabilità di non aver saputo costruire, nel presente, un’alternativa credibile. E così, mentre si afferma che non c’è spazio per nuovi bonus, il tempo per conformarsi alla “Case Green” scorre inesorabile, senza che si veda all’orizzonte una proposta organica.
L’accusa a Conte, vecchia e sempre uguale
Non c’è, in tutto questo, alcuna novità sostanziale. Ogni qualvolta i conti pubblici stringono – e la pressione europea si fa sentire – il superbonus torna in scena come un fantasma comodo da evocare. La narrazione è sempre la stessa: fu una misura sciagurata del governo Conte II, erode risorse per sanità, scuola e redditi bassi, blocca l’uscita dalla procedura d’infrazione. Ieri come ieri, con la stasi del deficit certificata allo 0,1 per cento oltre la soglia, Meloni ha ripreso lo slogan elettorale parola per parola. “Fa arrabbiare”, ha detto. E la rabbia, si sa, è un ottimo carburante politico quando i risultati concreti latitano. Ma l’effetto collaterale, al momento, è uno stallo totale sui nuovi bonus green: né una riforma organica, né un progetto alternativo. Solo l’eco di un vecchio nemico, sbandierato ancora una volta per coprire il vuoto d’iniziativa.




