Il 17enne di Pescara al gip: “Non sono un terrorista”. L’interrogatorio e la strategia della difesa

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La videoconferenza, che l’ha visto comparire in collegamento dall’istituto di pena minorile di Firenze, è durata una mezz’ora. E in quella mezz’ora, il diciassettenne originario di Pescara e arrestato a Perugia, ha rotto il silenzio di fronte al giudice per le indagini preliminari, tentando di ribaltare l’impianto accusatorio che lo descrive come un giovane pronto a compiere una strage. “Non sono un terrorista e non volevo fare male a nessuno”: queste le parole, riportate dai suoi legali al termine dell’interrogatorio di garanzia tenutosi giovedì 2 aprile, con cui il ragazzo ha risposto a tutte le domande del magistrato, negando qualsiasi intento xenofobo o stragista. La difesa, rappresentata dall’avvocato Angelo Pettinella, ha immediatamente chiesto la revoca della misura cautelare o, in subordine, la sua sostituzione con i domiciliari, ritenendo eccessiva la custodia in carcere per un minore che, a suo dire, si sarebbe semplicemente “perso” nelle pieghe di un mondo virtuale tossico.

La strategia della difesa tra equivoci e presunte minacce

La linea difensiva, emersa con chiarezza al termine dell’interrogatorio, si basa sulla presunta assenza di un progetto concreto. Secondo il legale, il ragazzo – descritto come uno studente con un buon profitto scolastico e una rete di amicizie solida – si sarebbe ritrovato intrappolato nel gruppo Telegram “Werwolf Division” quando era “poco più che un bambino”, senza poi avere il coraggio di uscirne a causa di condizionamenti e minacce ricevute dagli altri iscritti. “Non ha mai dato motivi di preoccupazione”, ha dichiarato l’avvocato all’ANSA, sottolineando come il giovane non avesse legami diretti con il liceo artistico di Pescara, il luogo indicato dagli inquirenti come potenziale obiettivo dell’attentato. Una circostanza, quest’ultima, che la difesa utilizza per alimentare il dubbio sulla reale fattibilità del piano: se non frequentava quell’istituto e non vi aveva amicizie, come avrebbe potuto organizzare una strage fotocopia di quella della Columbine? L’avvocato parla apertamente di “ricostruzione non corretta dei fatti” e di un “equivoco” di base, chiedendo al tribunale di valutare attentamente il discrimine tra il “millantare” sui social e il “volere fare” realmente.

Il quadro accusatorio tra manuali esplosivi e l’ideologia della “Werwolf Division”

A rendere però fragile la tesi dell’equivoco è il materiale sequestrato dai Carabinieri del Ros, che dipinge un quadro opposto, fatto di ossessione e preparazione tecnica. Il ragazzo non si limitava a subire passivamente i contenuti del canale, ma risultava attivo nella diffusione di un’ideologia che fonde il suprematismo bianco con la venerazione dei “mass shooter”. Il gruppo “Werwolf Division”, tristemente noto agli investigatori per aver già ispirato cellule in tutta Europa, eleva a “santi” figure come Brenton Tarrant (Christchurch) e Anders Breivik (Utoya), creando un terreno fertile per la radicalizzazione dei più giovani. Tra i file sequestrati, gli inquirenti hanno trovato veri e propri manuali per la fabbricazione di armi da fuoco tramite stampa 3D, istruzioni dettagliate per la sintesi di esplosivi come il TATP (il perossido di acetone, noto come “madre di Satana” e utilizzato negli attacchi di Parigi e Bruxelles), e vademecum sul sabotaggio di servizi essenziali. Un arsenale di conoscenze, custodito nel computer e nello smartphone di un minorenne, che rende le accuse di “propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale” tutt’altro che formali.

Le perquisizioni e la rete di contatti tra i banchi di scuola

L’operazione dei Ros non si è limitata al solo fermo del diciassettenne, ma ha interessato quattro regioni – Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e Toscana – con perquisizioni eseguite a carico di altri sette minorenni, tutti indagati a vario titolo per gli stessi reati. In quest’ottica, il ragazzo di Pescara rappresenterebbe solo la punta più pericolosa di un iceberg fatto di camere chiacchiere violente e fascinazione per il buio. Se per la difesa il giovane è una vittima, un “manipolato” che non sapeva come uscire da quel vortice, per la procura minorile dell’Aquila si tratta di un soggetto consapevole e pericoloso. Lunedì 30 marzo, contestualmente all’arresto, gli investigatori hanno eseguito una perquisizione nell’abitazione in provincia di Perugia dove il ragazzo vive con la madre, sequestrando uno smartphone, un tablet e un coltello da tartufo. Il giudice, che nelle prossime ore dovrà decidere se mantenere la custodia cautelare o concedere i domiciliari, si trova di fronte a due versioni inconciliabili: da un lato quella di un ragazzo che dichiara di aver solo “sfogato” con un’amica, dall’altro quella di un sistema investigativo che ha intercettato frasi agghiaccianti come “magari un giorno faccio una sparatoria e poi mi ammazzo”.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.