Il 17enne al gip: “Non sono un terrorista”. L’interrogatorio e la difesa: “Era solo uno sfogo”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il tono era calmo, le parole misurate, quasi fredde, se si considera la posta in gioco. Collegato in videoconferenza dall’istituto di pena minorile di Firenze – dove è rinchiuso da lunedì 30 marzo – il diciassettenne originario di Pescara, arrestato a Perugia con l’accusa di programmare una strage nella sua scuola, ha risposto per circa mezz’ora a tutte le domande del giudice per le indagini preliminari del tribunale per i minorenni dell’Aquila. Ha negato ogni intento stragista, ha rigettato l’etichetta di “terrorista” e ha provato a ricostruire la sua discesa, forse incauta, forse ingenua, negli abissi del web estremista. “Non c’entro niente con le accuse che mi vengono mosse”, ha detto, spiegando che se non ha abbandonato subito quelle chat – in particolare il gruppo neonazista “Werwolf Division” su Telegram – è stato perché temeva per la propria incolumità e per quella delle persone a lui più vicine.

L’equivoco della strage e la paura di uscire dal gruppo

L’interrogatorio di garanzia, necessario per convalidare l’arresto, si è svolto quindi in modalità telematica. Il ragazzo, che frequenta un liceo in Umbria dove si è trasferito da poco con la madre, ha spiegato la sua presenza in quelle stanze virtuali popolate da apologie di massacri come quello della Columbine High School – avvenuto il 20 aprile 1999 in Colorado, quando due studenti uccisero dodici compagni e un insegnante prima di suicidarsi – e da venerazione per figure come il norvegese Anders Breivik o l’australiano Brenton Tarrant. Secondo la sua versione, quella che gli inquirenti hanno interpretato come la pianificazione di un attentato (una “sparatoria fotocopia” proprio di Columbine) sarebbe stata in realtà “uno sfogo con un’amica”, una frase buttata lì senza la concreta volontà di passare all’azione. “Non volevo fare del male a nessuno”, ha ripetuto, chiarendo che la sua permanenza in quel circuito era dettata dal timore di ritorsioni. Una paura, quella di uscire da una setta virtuale, che la difesa ha ribadito essere il vero motore del suo silenzio e della sua presenza online.

La strategia della difesa: revoca dei domiciliari e la tesi del “bullo”

I legali del minore, rappresentati dall’avvocato Angelo Pettinella, hanno immediatamente chiesto al giudice la revoca della misura cautelare in carcere. In subordine, hanno proposto la sostituzione con gli arresti domiciliari o con una misura meno gravosa, sottolineando che il giovane non ha precedenti specifici e che, anzi, la sua vita quotidiana appare “normale”. Il padre del ragazzo, intervistato nei giorni scorsi, ha fornito un ritratto molto distante dallo stereotipo del terrorista: “Mio figlio è un ragazzino studioso e introverso, voleva fare il bulletto con gli amici. Con le mani è proprio negato”, ha dichiarato, tentando di ridimensionare la portata della minaccia. Anche il dirigente scolastico dell’istituto che frequenta a Umbertide ha riferito di non aver mai ricevuto segnalazioni di comportamenti violenti o ideologie estremiste da parte dello studente, descritto come inserito nel contesto sociale e con un buon rendimento.

Un precedente investigativo e il materiale sequestrato

Questa non è, però, la prima volta che il diciassettenne finisce sotto la lente d’ingrandimento delle autorità. Il legale ha confermato che il ragazzo era già indagato nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Brescia. La scorsa estate, durante una perquisizione, gli era stato sequestrato il primo smartphone. È stata l’analisi approfondita di quel dispositivo, insieme al materiale trovato in seguito, a convincere la Procura per i minorenni dell’Aquila della necessità di emettere la misura cautelare. Nell’abitazione in provincia di Perugia, dove vive con la madre, i Carabinieri del Ros hanno infatti sequestrato un tablet, un altro telefono cellulare e un coltello da tartufo. La difesa ha però tenuto a precisare che l’arma bianca non sarebbe di proprietà del minore. L’accusa formale, per ora, è pesantissima: istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, aggravata dalla detenzione di materiale con finalità di terrorismo.

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