Perugia, l’arresto per terrorismo del diciassettenne e il racconto della madre: “Non l’ho controllato sui social”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’alba del 30 marzo ha squarciato la quiete di Umbertide, nel Perugino, quando i carabinieri del Ros hanno fatto irruzione nella casa di un ragazzo di diciassette anni, originario di Pescara ma da settembre trasferitosi in Umbria con la madre per ricominciare una nuova vita dopo la separazione dei genitori. L’operazione, coordinata dalla Procura per i minorenni dell’Aquila e scaturita da un’indagine più ampia partita nell’ottobre del 2025, ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nel carcere minorile di Firenze per il giovane, accusato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, nonché di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Quello che emerge dalle carte è il profilo di un adolescente che, secondo gli inquirenti, avrebbe pianificato per anni, all’interno di canali social neonazisti, un attentato ispirato alla strage della Columbine High School, con l’obiettivo dichiarato di colpire gli studenti di un istituto di Pescara, la sua città d’origine, per poi togliersi la vita.

A rompere il silenzio, a pochi giorni dall’arresto, è stata la madre del diciassettenne, una donna di poco meno di cinquant’anni, titolare di un’impresa edile, che viveva sola con il figlio nel tentativo di allontanarsi da un passato difficile. In un’intervista concessa a La Repubblica, la donna si è detta letteralmente paralizzata dallo shock, ammettendo pubblicamente un senso di colpa profondo legato a quella che percepisce come una sottovalutazione del mondo virtuale in cui il ragazzo era sprofondato. “Mi do delle colpe perché non l’ho controllato bene sui social, mi fidavo di lui”, ha confessato, rivelando come il figlio si barricasse in camera e reagisse con rabbia se interrotto durante la visione di contenuti online, segnali di una chiusura che ora, a posteriori, appaiono come evidenti campanelli d’allarme.

Il pantheon digitale e la “Werwolf Division”

Il quadro delineato dagli investigatori del Ros dipinge un’immersione totale del minore in un ecosistema virtuale transnazionale a matrice suprematista e neonazista. Le indagini, estese anche ad altri sette minorenni nelle province di Teramo, Pescara, Bologna e Arezzo, hanno rivelato la partecipazione attiva del diciassettenne a un gruppo Telegram denominato “Werwolf Division”, un ambiente digitale incentrato sulla narrazione della presunta superiorità della razza ariana e sulla sistematica glorificazione di autori di stragi di massa. All’interno di questa camera di combustione ideologica, figure come il terrorista norvegese Anders Breivik o l’autore della strage di Christchurch, Brenton Tarrant, venivano elevati al rango di “santi”, rappresentando un modello di emulazione violenta per gli adepti.

Nel corso delle perquisizioni, gli agenti hanno sequestrato non solo dispositivi informatici ma un vero e proprio arsenale digitale: manuali dettagliati per la fabbricazione di armi da fuoco, anche attraverso l’uso di stampanti 3D, e istruzioni per la preparazione di esplosivi come il TATP (triperossido di triacetone), noto per la sua estrema instabilità e soprannominato la “madre di Satana” per essere stato utilizzato nelle stragi di Bruxelles e Parigi. Tra il materiale confiscato figurava anche The Anarchist Cookbook, il celebre manuale contenente istruzioni rudimentali per la costruzione di ordigni e la produzione di sostanze illecite, oltre a documenti tecnici su sostanze chimiche e batteriologiche pericolose e vademecum dedicati al sabotaggio di servizi pubblici essenziali.

Il peso di una madre e la ricostruzione del profilo

La madre del diciassettenne, nel tentativo di ricomporre i frammenti di una quotidianità andata in frantumi, ha cercato di restituire un’immagine del figlio lontana da quella del violento emersa dalle chat. Lo descrive come un ragazzo che, nel nuovo liceo frequentato in provincia di Perugia, sembrava aver trovato un equilibrio dopo i primi due anni trascorsi a Pescara, un istituto che lui stesso avrebbe indicato come possibile obiettivo dell’attentato. La donna ha ricordato come, in passato, avesse impedito al figlio di partecipare a manifestazioni di estrema destra, convinta di poterlo allontanare da quel percorso, e ha sottolineato l’assurdità di quelle accuse di odio verso le donne in una famiglia dove, come ha detto, la violenza era stata subita.

La difesa del minore, affidata all’avvocato Angelo Pettinella, ha comunque invitato alla prudenza, sottolineando la necessità di distinguere tra ciò che il ragazzo avrebbe effettivamente voluto fare e ciò che avrebbe semplicemente millantato nei gruppi online. “Si tratta di un ragazzo che non ha mai dato motivi di preoccupazione”, ha dichiarato il legale, il quale ha precisato di non aver ancora preso visione dell’ordinanza di custodia cautelare. Una distinzione, quella tra reale e virtuale, che appare tuttavia sempre più labile alla luce del materiale sequestrato e della pianificazione operativa emersa, che secondo gli inquirenti prevedeva azioni concrete ispirate al modello della Columbine, un’icona sanguinaria che continua a esercitare un fascino letale sulle nuove generazioni immerse nella cultura dell’odio digitale.

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