Cuffie e rischio cancro, lo studio europeo che accende i riflettori sulle sostanze tossiche nei dispositivi audio

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   L’ascolto della musica, attività quotidiana per milioni di persone, potrebbe nascondere rischi per la salute finora poco considerati, legati non alla musica in sé ma ai materiali con cui vengono costruiti gli auricolari e le cuffie che utilizziamo. Un’indagine indipendente condotta nell’ambito del programma europeo ToxFree LIFE for All ha gettato luce sulla composizione chimica di questi dispositivi, analizzando 81 modelli tra over-ear, in-ear e cuffie gaming acquistati in cinque Paesi dell’Europa centrale e su piattaforme online come Temu e Shein -4. I risultati, pubblicati in queste ore, dipingono un quadro complesso e per certi versi sorprendente: tutte le cuffie testate, senza eccezione, contengono tracce di sostanze chimiche potenzialmente pericolose per l’uomo, tra cui spiccano bisfenoli, ftalati e PFAS, questi ultimi tristemente noti come “inquinanti eterni” per la loro persistenza nell’ambiente e negli organismi viventi -2-4-6.

Il lavoro dei ricercatori, che hanno smontato i dispositivi in 180 componenti distinti per analizzare le parti morbide, le plastiche rigide e i cavi, ha rilevato la presenza del bisfenolo A (BPA) nel 98% dei campioni esaminati, mentre il suo sostituto, il bisfenolo S (BPS), è stato trovato in oltre tre quarti dei casi -2-4. Si tratta di molecole utilizzate per indurire le plastiche, ma note per la loro capacità di agire come interferenti endocrini, cioè di mimare l’azione degli ormoni naturali del nostro, con possibili ripercussioni sulla fertilità, sullo sviluppo neurologico e, secondo alcuni studi, con un aumentato rischio di sviluppare alcune forme di cancro -6-8. Oltre ai bisfenoli, le analisi hanno evidenziato la presenza di ftalati, additivi che conferiscono flessibilità alla plastica, e di ritardanti di fiamma organofosfati, sostanze associate a tossicità riproduttiva e danni epatici e renali -2-4.

Il paradosso dei marchi premium e il "fai da te" normativo

Uno degli aspetti più controintuitivi emersi dall’indagine riguarda la distribuzione delle sostanze nocive in relazione al prezzo e alla notorietà del marchio. Contro ogni aspettativa, i prodotti dei brand più blasonati – tra cui figurano nomi come Apple, Bose, Samsung, Sennheiser, Sony e JBL – hanno mostrato una percentuale di campioni classificati come “verdi”, cioè con un profilo di rischio inferiore, decisamente più bassa rispetto ai dispositivi acquistati su piattaforme come Temu e Shein o venduti con marchi generici cinesi -4. Nello specifico, solo poco più di un terzo dei modelli dei marchi premium ha ottenuto una valutazione positiva, mentre la percentuale è salita al 67% per i prodotti economici, un dato che ribalta la narrazione comune che associa il costo elevato a una maggiore sicurezza e attenzione per la salute del consumatore -4.

Gli esperti del progetto ToxFree LIFE for All, coordinato dall’organizzazione non governativa ceca Arnika, spiegano che il pericolo non risiede tanto nella singola dose di queste sostanze, spesso bassa, quanto nell’esposizione continua e combinata a cui siamo sottoposti quotidianamente -2-4. L’effetto “cocktail”, come viene definito, si verifica quando diverse sostanze chimiche, sebbene presenti in tracce, agiscono in sinergia all’interno del nostro organismo, amplificando i potenziali danni. A questo si aggiunge un fattore preoccupante legato alle modalità d’uso: indossare le cuffie durante l’attività fisica, con il conseguente aumento della temperatura rea e della sudorazione, può facilitare la migrazione di queste sostanze dalla plastica alla pelle, favorendone l’assorbimento -2-6. Il calore, insomma, agirebbe come un catalizzatore, rendendo questi composti più mobili e aumentando l’esposizione per l’utilizzatore.

Di fronte a questi risultati, i ricercatori chiedono un cambio di passo nelle politiche di regolamentazione a livello europeo, che attualmente procedono per restrizioni applicate a singole sostanze, un approccio che spesso porta i produttori a sostituire un composto vietato con un altro chimicamente simile e altrettanto dubbio -4. La proposta è quella di adottare divieti che riguardino intere classi chimiche, per evitare il semplice spostamento del problema da una molecola all’altra. Parallelamente, viene sollecitata l’introduzione di strumenti come il Passaporto Digitale di Prodotto, previsto dal Regolamento Ecodesign, che obbligherebbe le aziende a dichiarare in modo trasparente la composizione di ogni singolo componente, permettendo così ai consumatori scelte più consapevoli e gettando le basi per un’economia circolare realmente sicura, non contaminata da sostanze tossiche ereditate dai processi di riciclo -4.

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