Cuffie, lo studio europeo: il 100% dei modelli contiene sostanze chimiche pericolose. E i marchi premium non sono i più “puliti”

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Dalle grandi firme dell’elettronica di consumo ai prodotti senza etichetta acquistati su piattaforme come Temu e Shein, passando per i dispositivi pensati per i bambini: l’indagine condotta su 81 modelli di cuffie e auricolari, nell’ambito del programma europeo ToxFree LIFE for All coordinato dall’organizzazione ceca Arnika, ha restituito un verdetto univoco e, per certi versi, sorprendente. Ogni singolo campione analizzato, sia esso un prodotto di marca o un accessorio low cost, ha mostrato tracce di interferenti endocrini e altre sostanze chimiche potenzialmente dannose per la salute umana -2-6.

I ricercatori hanno selezionato i dispositivi in cinque Paesi dell’Europa centrale e sui principali marketplace online, smontandoli poi in 180 componenti distinti per sottoporli ad analisi di laboratorio. L’obiettivo era scovare la presenza di bisfenoli, ftalati, ritardanti di fiamma organofosfati e paraffine clorurate. Il risultato ha parlato chiaro: il bisfenolo A (BPA), una sostanza che imita l’azione degli estrogeni in, è emerso nel 98% dei casi, mentre il suo sostituto, il bisfenolo S (BPS), è stato rilevato in oltre tre quarti dei modelli esaminati -1-5. In alcuni esemplari, le concentrazioni di queste molecole hanno raggiunto picchi di 315 mg per chilogrammo, un valore che supera di trentacinque volte il limite di sicurezza suggerito dall’Agenzia europea per le sostanze chimiche -3-7.

Il paradosso dei prodotti economici: meno sostanze tossiche rispetto ai big brand

L’aspetto che più ha colpito gli esperti, tuttavia, non è tanto la diffusione capillare di questi composti, quanto la loro distribuzione in relazione al prezzo e alla notorietà del marchio. Contro ogni aspettativa, i dispositivi acquistati su piattaforme come Temu e Shein, o quelli venduti con marchi generici, hanno fatto registrare una percentuale di campioni classificati a “rischio basso” pari al 67% -1-6. Una quota che scende drasticamente al 36% se si considerano i prodotti dei brand più noti e costosi. Un’inversione di tendenza che ribalta lo stereotipo secondo cui un prezzo più elevato sia garanzia di una maggiore attenzione ai materiali e alla salute del consumatore. Nella lista dei dispositivi risultati più virtuosi, infatti, compaiono sorprendentemente anche nomi come Marshall Major V, Sony WH-1000XM5 e Apple AirPods Pro 2, ma si tratta di eccezioni in un panorama che vede molti modelli di punta finire nella fascia gialla o rossa, ovvero quella a maggiore concentrazione di elementi critici -4-6.

Dai bisfenoli agli ftalati: il rischio dell’effetto cocktail sulla pelle

Oltre ai bisfenoli, le analisi hanno individuato ftalati, noti per la loro tossicità riproduttiva, e ritardanti di fiamma organofosfati, anch’essi capaci di interferire con il sistema endocrino. Sebbene in molti casi le quantità rilevate siano minime, i ricercatori mettono in guardia dal cosiddetto “effetto cocktail”: l’esposizione quotidiana e combinata a diverse sostanze, seppur in dosi singole basse, potrebbe comportare rischi a lungo termine per la fertilità, lo sviluppo neurologico e l’equilibrio ormonale, specialmente nei soggetti più vulnerabili come gli adolescenti -2-6. Il pericolo, come spiegano gli autori dello studio, non risiede solo nella presenza statica di queste molecole nella plastica, ma nella loro capacità di migrare verso la superficie del dispositivo. Calore e sudore, condizioni tipiche durante l’attività fisica o l’uso prolungato, possono accelerare questo processo e facilitare l’assorbimento cutaneo dei composti chimici -1-5.

La richiesta di una svolta normativa: stop alle sostituzioni pericolose

Di fronte a questi dati, il progetto ToxFree LIFE for All lancia un appello all’Unione Europea affinché superi l’attuale strategia normativa, giudicata troppo frammentaria. L’approccio che vieta le sostanze “una alla volta” rischia, secondo gli esperti, di favorire la loro sostituzione con molecole dalla struttura chimica simile e dai pericoli non sempre inferiori, come nel caso del passaggio dal BPA al BPS -1-6. La richiesta è quella di intervenire su intere classi chimiche, imponendo al contempo una maggiore trasparenza sulla composizione dei prodotti. Il Passaporto Digitale di Prodotto (DPP), previsto dal regolamento europeo Ecodesign, viene indicato come lo strumento ideale per garantire ai consumatori e agli organismi di controllo una tracciabilità chiara dei materiali utilizzati in ogni singolo componente, promuovendo una progettazione intrinsecamente più sicura e un’economia circolare che non erediti contaminanti dai processi di riciclo -6.

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