Cuffie tossiche, i marchi premium fanno peggio delle "cinesate"

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Un’indagine condotta su 81 modelli di cuffie, tra over-ear, in-ear e prodotti dedicati al gaming, ha rilevato la presenza di interferenti endocrini in tutti i campioni analizzati, con un dato che ribalta le aspettative comuni: i marchi premium, quelli che comunemente si considerano più affidabili, hanno fatto registrare meno campioni “verdi” rispetto ai prodotti venduti su piattaforme come Temu e Shein -1.

L’iniziativa, portata avanti dal progetto ToxFree LIFE for All - un consorzio di associazioni della società civile dell’Europa centrale - ha sottoposto a esame 180 componenti, dalle parti morbide dei padiglioni alle plastiche rigide, fino ai cavi, e il responso è chiaro: quasi la metà dei prodotti ha ricevuto una valutazione finale “red”, con almeno un elemento giudicato problematico, mentre solo poco più di un terzo è stato classificato “green” -6. La percentuale di campioni a basso rischio, spiegano i ricercatori, raggiunge il 67% per i dispositivi acquistati sui marketplace low cost, contro un 36% dei marchi più blasonati -1.

L’analisi chimica e i composti individuati

Il bisfenolo A (BPA), sostanza utilizzata per indurire le plastiche e nota per la sua capacità di interferire con il sistema ormonale, è stato rilevato nel 98% dei dispositivi, mentre il suo sostituto, il bisfenolo S (BPS), è comparso in oltre tre quarti dei modelli esaminati -6. Oltre ai bisfenoli, le analisi di laboratorio hanno evidenziato la presenza di ftalati, impiegati per rendere più flessibili i materiali, e di ritardanti di fiamma organofosfati, utilizzati per migliorare la resistenza al calore -1.

La questione, per i ricercatori, non si limita alla semplice presenza di questi composti. Esiste la possibilità concreta che queste sostanze migrino verso la superficie dei materiali, specialmente in condizioni di calore e sudore - pensiamo all’uso prolungato durante l’attività fisica o in ambienti caldi - facilitando così il trasferimento cutaneo verso la pelle -6. Karolína Brabcová, esperta di chimica dell’organizzazione Arnika che ha coordinato lo studio, ha spiegato che l’uso quotidiano, in particolare quando si suda, accelera questo processo di migrazione, e sebbene non si parli di un rischio immediato per la salute, l’esposizione cronica desta preoccupazione, soprattutto per le fasce più vulnerabili come gli adolescenti -6.

Le concentrazioni e l’effetto cocktail

Le concentrazioni rilevate variano da modello a modello, ma ciò che allarma gli esperti è la combinazione di più sostanze contemporaneamente. I ricercatori parlano di “effetto cocktail”, ovvero l’esposizione simultanea e ripetuta a composti diversi che agiscono sullo stesso sistema biologico, con potenziali conseguenze su fertilità, sviluppo neurologico e metabolismo -1. Tra le sostanze individuate figurano anche le paraffine clorurate, legate a possibili danni a fegato e reni, e gli stessi ftalati, considerati potenti tossici riproduttivi -6.

La scelta di concentrare l’indagine proprio sulle cuffie non è casuale: questi dispositivi sono passati dall’essere accessori occasionali a strumenti essenziali nella vita quotidiana, indossati per ore e spesso a contatto diretto con la pelle. Il progetto ToxFree non è nuovo a questo tipo di monitoraggi: in passato aveva già trovato bisfenolo A in ciucci per bambini, anche in quelli etichettati come BPA-free, e sostanze tossiche in un paio di mutande su tre -6.

Il quadro normativo e le richieste degli attivisti

L’indagine solleva interrogativi sulla trasparenza della composizione chimica dei dispositivi che utilizziamo ogni giorno. Le aziende coinvolte, tra cui nomi come Bose, Panasonic, Samsung e Sennheiser, non hanno risposto alle richieste di commento del Guardian -6. I ricercatori sottolineano che non esiste un livello “sicuro” per gli interferenti endocrini che imitano i nostri ormoni naturali, e che anche dosi basse, se combinate con esposizioni provenienti da altre fonti quotidiane, possono rappresentare un rischio.

Il progetto ToxFree chiede all’Unione Europea di superare l’attuale approccio normativo che vieta le sostanze una per volta, proponendo invece restrizioni su intere classi chimiche, e invoca una maggiore trasparenza attraverso strumenti come il Passaporto Digitale di Prodotto previsto dal regolamento europeo Ecodesign -1.

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