Burnham riapre il caso Brexit: "Ha fatto più male che bene", ma il ritorno nell'Ue resta un'opzione sul tavolo
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Redazione Esteri
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Dieci anni dopo il referendum che nel giugno 2016 sancì l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea, e a sei anni dall'effettiva concretizzazione della Brexit, il dibattito su un possibile riavvicinamento a Bruxelles torna prepotentemente al centro della scena politica britannica. A riaccendere la miccia è stato il primo ministro Andy Burnham, che nel suo intervento al congresso annuale del Labour Party a Liverpool ha pronunciato parole destinate a far discutere: «La Brexit ha fatto più male che bene».
Un'affermazione che, per tono e sostanza, segna una rottura rispetto alla linea finora tenuta dai governi succedutisi a Downing Street, i quali avevano sempre evitato di rimettere in discussione la scelta del 2016.
Le opzioni sul tavolo e il nodo dei tempi
Burnham non si è spinto fino a invocare esplicitamente il rientro nell'Ue, ma ha annunciato che intende presentare al Paese diverse opzioni riguardanti il futuro rapporto con l'Europa, da discutere in occasione di un vertice tra Regno Unito e Unione europea previsto entro la fine dell'anno. Il premier ha spiegato che l'obiettivo è definire un rapporto di lungo periodo, riconoscendo che la situazione attuale «non è abbastanza buona» e che l'Ue rappresenta il principale partner commerciale del Regno Unito.
Intervistato dalla BBC, Burnham ha tuttavia frenato sull'ipotesi di un nuovo referendum sull'adesione, definendola «non la cosa giusta da fare adesso», pur senza escludere che un futuro manifesto elettorale laburista possa contemplarla. Una posizione prudente, che riflette la complessità di una materia sulla quale il partito appare ancora diviso.
Il cambio di umore dell'opinione pubblica britannica
Le parole del premier trovano un terreno fertile in un'opinione pubblica che, a dieci anni di distanza, sembra aver maturato un diffuso pentimento. Il neologismo "bregret", crasi di Brexit e regret, è ormai entrato nel linguaggio comune per descrivere il ripensamento di una fetta significativa dell'elettorato.
I sondaggi delineano un quadro in cui la maggioranza dei britannici si dichiara favorevole a un riavvicinamento, anche se il consenso si ridimensiona quando si prospetta l'eventualità di dover accettare condizioni meno vantaggiose rispetto a quelle di cui il Regno Unito godeva prima dell'uscita.
A pesare sono soprattutto le conseguenze economiche: secondo diverse stime, la Brexit avrebbe comportato una perdita di prodotto interno lordo compresa tra il 6 e l'8 per cento, un calo degli investimenti e una contrazione degli scambi commerciali con il continente, con ricadute tangibili sul potere d'acquisto delle famiglie.
Gli ostacoli di un percorso a ostacoli
Nonostante il mutato clima, il cammino verso un'eventuale ricomposizione del rapporto con Bruxelles resta irto di difficoltà. Sul piano politico interno, l'ala più euroscettica del panorama partitico continua a esercitare una pressione significativa, e una parte dell'elettorato rimane saldamente ancorata alle ragioni del divorzio del 2016. A ciò si aggiungono gli ostacoli di natura negoziale: un rientro comporterebbe l'accettazione delle quattro libertà di circolazione, compresa quella dei lavoratori, tema storicamente tossico nel dibattito britannico.
Bruxelles, dal canto suo, ha accolto con cautela le aperture londinesi, consapevole che le condizioni di una eventuale riammissione sarebbero inevitabilmente più gravose di quelle godute in passato, a partire dall'assenza di sconti sul contributo di bilancio e dalla prospettiva di dover aderire a Schengen e all'euro. La partita, insomma, è appena cominciata, e il primo ministro britannico ha scelto di giocarla con la cautela di chi sa che ogni passo falso può costare caro.
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