L’America di Trump dice no all’Onu: a Nuova Delhi la sfida sulla governance dell’intelligenza artificiale
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Redazione Esteri
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Il tentativo delle Nazioni Unite di tessere una trama condivisa per il governo dell’intelligenza artificiale, un’architettura globale che potesse mettere ordine nello sviluppo della tecnologia più pervasiva del nostro tempo, si è infranto contro il muro eretto dall’amministrazione Trump. Durante l’India AI Impact Summit in corso a Nuova Delhi, il grande appuntamento che per la prima volta vede un paese del Sud del mondo fare da padrone di casa a questo dibattito, è emersa con chiarezza una frattura ormai insanabile: da un lato il multilateralismo dell’Onu, che invoca regole comuni e un controllo umano effettivo; dall’altro gli Stati Uniti, che rifiutano qualsiasi ipotesi di governance centralizzata e procedono spediti nel tessere una rete di alleanze bilaterali per esportare il proprio modello tecnologico. Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, ha annunciato la composizione di un panel scientifico internazionale composto da quaranta esperti, un organismo indipendente chiamato a valutare l’impatto concreto dell’IA su economie e società, con l’ambizione dichiarata di fornire a tutti i paesi, anche quelli con minori capacità, la stessa chiarezza conoscitiva. L’obiettivo, nelle parole di Guterres, è sostituire il clamore e la paura con evidenze condivise, costruendo delle vere e proprie "barriere di sicurezza" che proteggano i diritti umani e preservino l’agenzia umana, senza per questo soffocare l’innovazione.
La dottrina Kratsios: l’AI sovranista e il rifiuto della burocrazia globale
In aperta controtendenza rispetto all’approccio delle Nazioni Unite, Michael Kratsios, direttore dell’Ufficio per le scienze e le tecnologie della Casa Bianca, ha illustrato la posizione della nuova amministrazione con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni. "Rifiutiamo totalmente la governance globale dell’IA", ha scandito Kratsios dal palco indiano, sostenendo che un’eventuale regolamentazione centralizzata finirebbe per diventare un freno burocratico, un ostacolo alla prosperità che questa tecnologia può invece generare. Al centro della visione americana c’è il concetto di "sovranità digitale": ogni nazione, secondo Washington, dovrebbe avere la possibilità di utilizzare i migliori componenti dello stack tecnologico americano, quello che Kratsios ha definito il "gold standard", per costruire la propria infrastruttura nazionale, adattandola alle proprie esigenze linguistiche e culturali e mantenendo al contempo il controllo sui propri dati. È una strategia che punta a creare un ecosistema aperto e interoperabile, ma saldamente ancorato ai prodotti e alle piattaforme statunitensi, e che vede nel lancio del programma "American AI Exports" lo strumento operativo per finanziare e sostenere questa penetrazione globale.
L’Onu e l’appello per un fondo da tre miliardi: il controllo umano come bussola
Mentre la delegazione americana illustrava le nuove iniziative di finanziamento, che vanno da un nuovo fondo alla Banca Mondiale fino al coinvolgimento del Peace Corps con un "Tech Corps" dedicato, Guterres rilanciava con un appello altrettanto ambizioso, seppure di segno opposto. Il segretario generale ha chiesto agli stati membri di contribuire a un Fondo globale per l’IA da tre miliardi di dollari, una somma, ha ricordato, inferiore all’uno per cento del fatturato annuo di una singola grande azienda tech, destinata a colmare il divario di competenze e infrastrutture nei paesi in via di sviluppo. "Non si può permettere che il futuro dell’IA sia deciso da una manciata di paesi o lasciato al capriccio di pochi miliardari", ha ammonito Guterres, ribadendo che la scienza deve informare le decisioni, ma sono gli esseri umani a doverle prendere. Il suo appello, che riecheggia il ruolo del Panel intergovernativo sul cambiamento climatico, mira a fare del controllo umano una "realtà tecnica" e non uno slogan, con l’obiettivo di rendere l’IA un motore affidabile per gli obiettivi di sviluppo sostenibile, specialmente in settori cruciali come la sanità e l’istruzione, dove l’India stessa sta sperimentando applicazioni concrete.
L’India al centro: il palcoscenico di Modi tra cooperazione e ambizioni nazionali
Il vertice di Nuova Delhi, che ha visto la partecipazione di oltre venti capi di stato e di governo e di manager del calibro di Sam Altman di OpenAI, ha offerto al primo ministro indiano Narendra Modi una vetrina internazionale di primissimo piano per ribadire le ambizioni del suo paese. L’India, che punta a diventare una fabbrica globale di soluzioni AI, si trova ora a dover navigare tra le acque agitate di questo braccio di ferro. Da un lato, ha formalmente aderito al gruppo "Pax Silica" promosso da Washington, un’alleanza per la sicurezza delle forniture di materiali e tecnologie legate all’intelligenza artificiale; dall’altro, ospita e sostiene il tentativo dell’Onu di costruire una governance inclusiva. Il governo indiano, attraverso il lancio di pubblicazioni come gli "AI Impact Casebooks" dedicati a salute e istruzione, sta cercando di tracciare un percorso che metta al centro l’adozione pratica della tecnologia per il benessere dei cittadini, sottolineando l’importanza di quadri etici, interoperabilità e collaborazione pubblico-privato. In questo crocevia di interessi, dove l’Occidente cerca di dettare le regole e l’Oriente di ritagliarsi un ruolo da protagonista, l’India si propone come laboratorio privilegiato, consapevole che la partita che si gioca a Nuova Delhi non riguarda solo il futuro dell’intelligenza artificiale, ma anche gli equilibri di potere in un ordine mondiale in piena trasformazione.




