Bollette, la stangata da 15 miliardi che mette in ginocchio famiglie e imprese

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Redazione Economia Redazione Economia   -   A un mese esatto dall’escalation del conflitto in Iran, i mercati energetici hanno già metabolizzato il trauma con una reazione che non lascia spazio a fraintesi: il prezzo del gas è schizzato in alto di 26 euro per megawattora, un balzo dell’81 per cento, mentre l’energia elettrica ha seguito a ruota con un aumento di 41 euro, pari al 38 per cento. Il risultato di questa corsa, certificato dalle stime dell’Ufficio studi della CGIA, è una vera e propria “stangata” destinata a pesare per 15,2 miliardi di euro complessivi nel corso del 2026. Di questi, poco più di 10 miliardi arriveranno dall’elettricità e i restanti 5 dal gas. Un’emorragia di risorse che, inevitabilmente, metterà sotto pressione i bilanci domestici – 5,4 miliardi a carico delle famiglie – ma che rischia di travolgere la tenuta finanziaria delle imprese, chiamate a sostenere la parte del leone con un aggravio di costi che sfiora i 9,8 miliardi.

Lo scenario, per quanto già pesante, resta però ancora fluido. Molto dipenderà, spiegano gli analisti, dalla durata delle fiamme nel Golfo Persico e dalla loro intensità; se il conflitto dovesse protrarsi fino a maggio, il sistema produttivo italiano si troverebbe a gestire un sovraccarico di 6 miliardi di euro, ma se le ostilità si trascinassero fino a dicembre lo scenario peggiore ipotizza una stangata complessiva di 30 miliardi. Oggi, nonostante i forti rialzi delle ultime settimane, ci troviamo in una situazione diversa – e per certi versi meno drammatica – rispetto alla crisi seguita all’invasione russa dell’Ucraina. Nel 2022, infatti, il prezzo medio del gas toccò i 123,5 euro per MWh e quello dell’energia elettrica superò abbondantemente i 300 euro, mentre oggi il gas si attesta intorno ai 58 euro e l’elettricità supera di poco i 148.

L’impatto sul territorio e il rischio per il Sud

La distribuzione geografica del peso dei rincari non è omogenea, anzi, disegna una mappa che rispecchia la struttura industriale e demografica del Paese. La Lombardia, cuore pulsante della manifattura italiana, si prepara a registrare l’aumento più ingente, con un aggravio di 3,4 miliardi di euro, seguita a distanza dal Veneto e dall’Emilia-Romagna, entrambe nell’ordine di 1,7 miliardi. Piemonte, Toscana e Lazio completano la lista delle regioni più esposte, con incrementi che si aggirano intorno al miliardo di euro. Ma se il Nord soffre in termini assoluti per la concentrazione di imprese energivore, è il Mezzogiorno a tremare di più sul fronte domestico. Qui i rincari per le famiglie si annunciano superiori alla media nazionale, con un +13,4 per cento che rappresenta il massimo per area geografica. La Puglia, collocata a metà classifica, vede un aumento dei costi per le imprese di 422 milioni (+13%) e per i bilanci familiari di 319 milioni (+13,4%), dati che raccontano la vulnerabilità di un territorio dove la povertà energetica era già un’emergenza prima ancora che scoppiasse la crisi in Medio Oriente.

Il grido d’allarme di CNA e Confartigianato

Le associazioni di categoria non hanno atteso i numeri definitivi per lanciare l’allarme. La Cna, in particolare, ha messo nel mirino le imprese più fragili, quelle dove l’incidenza delle bollette sui costi totali oscilla tra il 12 e il 40 per cento. Lavanderie industriali, centri estetici, panifici: attività che vivono alla giornata e che, con i nuovi rincari, rischiano di trovarsi di fronte a una scelta drammatica tra chiudere i battenti o scaricare aumenti insostenibili su una clientela già provata. Nelle province autonome di Bolzano e Trento, dove la tensione è altissima, la Cna ha chiesto interventi mirati per incentivare l’autoproduzione energetica, unica via per provare a uscire dalla morsa delle forniture esterne. La preoccupazione, espressa con forza anche da Confartigianato, è che senza misure d’emergenza immediate si possa assistere a un’erosione irreversibile della competitività, con il rischio concreto di una moria di piccole e medie imprese.

Le misure sul tavolo e il nodo delle risorse

Di fronte a questa prospettiva, l’attenzione si sposta sulle risposte istituzionali. Sul tavolo, sia a livello europeo che nazionale, ci sono soluzioni già sperimentate durante la crisi del 2022: la riduzione dell’Iva sulle forniture, l’introduzione di un tetto al prezzo del gas e il contributo di solidarietà sugli extraprofitti delle multinazionali del settore energetico. Resta, come una spina nel fianco, il tema irrisolto del disaccoppiamento tra il prezzo del gas e quello dell’energia elettrica, una misura che molti addetti ai lavori ritengono ormai indispensabile per rendere il mercato meno esposto a shock di questa portata. In Italia, il governo ha inserito molte di queste ipotesi nel decreto bollette, la cui approvazione definitiva è attesa in settimana. Il problema, avverte però lo studio della CGIA, è che i 3 miliardi di euro attualmente stanziati rischiano di rivelarsi del tutto insufficienti se la crisi dovesse protrarsi oltre la primavera. Uno scollamento tra la portata della stangata e le risorse messe in campo che, se non colmato, potrebbe trasformare un’emergenza economica in una crisi sociale destinata a lasciare il segno.

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