Piazza Affari maglia nera in Europa, il Ftse Mib chiude a -0,7% tra tech e timori inflazione
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Redazione Economia
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La seduta del 15 ottobre si chiude in territorio negativo per Piazza Affari, che si trova a fare i conti con una nuova ondata di vendite sul comparto tecnologico e con un clima generale di cautela legato alle prospettive dell'inflazione. Il Ftse Mib lascia sul terreno lo 0,7% e risulta il listino peggiore del Vecchio Continente, in controtendenza rispetto all'andamento misto delle altre principali piazze europee.
A pesare sull'indice milanese sono soprattutto i titoli legati ai semiconduttori, finiti nel mirino degli operatori dopo che la bufera partita dall'Asia ha travolto l'intero settore a livello globale.
Il sell-off sui semiconduttori e il crollo di Technoprobe e Stm
La giornata era iniziata all'insegna della prudenza e si è poi trasformata in una vera e propria correzione per i titoli tecnologici quotati a Milano. Technoprobe ha chiuso con un ribasso a due cifre, intorno al 10%, mentre Stm ha perso quasi quattro punti percentuali. Le vendite hanno colpito con particolare violenza il comparto dei chip, riportando alla memoria dinamiche già viste in altre occasioni, quando le tensioni sui listini asiatici si sono propagate rapidamente verso l'Europa e gli Stati Uniti.
Il Ftse Mib ha così ampliato progressivamente le perdite nel corso della seduta, senza riuscire a trovare un rimbalzo convincente nemmeno in chiusura.
Le pressioni inflazionistiche dagli Stati Uniti
A rendere più fragile l'umore degli investitori sono stati i dati diffusi negli Stati Uniti sui prezzi alla produzione di settembre, che hanno registrato il maggiore aumento mensile da oltre quattro anni, trainati soprattutto dal rincaro dei costi energetici. L'indice ha segnato un progresso dell'1,3% rispetto al mese precedente e del 6,3% su base annua, con un incremento dello 0,7% al netto di alimentari ed energia.
Il quadro suggerisce che le pressioni sui prezzi restano elevate e alimenta il timore che la Federal Reserve possa mantenere i tassi di interesse su livelli alti più a lungo di quanto atteso in precedenza. È proprio questa prospettiva a spingere gli operatori a ridurre l'esposizione sui titoli growth, che incorporano aspettative di forte crescita futura e risultano più sensibili ai cambiamenti dello scenario monetario.
L'Asia innesca la tempesta: il crollo del Kospi
La scintilla del sell-off sui semiconduttori è arrivata ancora una volta dalla Corea del Sud, dove l'indice Kospi ha perso oltre il 7% nella seduta, segnando la settima flessione consecutiva e un calo complessivo del 21% in poco più di una settimana. Il listino coreano, che rappresenta un riferimento per l'intero comparto dei chip, ha accusato le rinnovate preoccupazioni sulla redditività degli investimenti legati all'intelligenza artificiale, trascinando al ribasso anche il Nasdaq e le principali piazze europee.
A Wall Street, l'indice tecnologico ha chiuso in netto calo, mentre il Dow Jones ha invece guadagnato terreno grazie al contributo di titoli industriali e finanziari, in una giornata che ha visto i principali listini americani muoversi in ordine sparso.
Il quadro valutario e le materie prime
Sul fronte dei cambi, l'euro ha recuperato terreno sul dollaro, portandosi intorno a 1,12 dollari, mentre il biglietto verde si è indebolito dai massimi toccati nelle sedute precedenti. La debolezza della valuta americana e il calo dei rendimenti dei Treasury hanno sostenuto i prezzi dell'oro, che hanno recuperato oltre l'1% dopo il sell-off seguito ai dati sull'inflazione al consumo.
Il metallo giallo, tradizionalmente considerato un bene rifugio contro l'inflazione, ha beneficiato anche delle aspettative che la Federal Reserve possa procedere con maggiore gradualità sul fronte della politica monetaria, nonostante i dati sui prezzi alla produzione suggeriscano il contrario. Gli operatori restano comunque divisi sulla traiettoria dei tassi, con le probabilità di un rialzo già alla fine del mese stimate intorno al 30%.
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