Giornata mondiale senza tabacco, il fumo resiste tra gli over 50 e riparte tra i giovanissimi

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Nonostante una consapevolezza collettiva decisamente più matura rispetto a qualche decennio fa – quando le pubblicità con medici sorridenti sponsorizzavano marche ormai leggendarie – l'Italia si conferma un Paese ancora strettamente legato al vizio della sigaretta. In occasione della Giornata mondiale senza tabacco, i dati diffusi dall’Istat tracciano un quadro in leggera flessione per il 2025 rispetto all’anno precedente, ma con un preoccupante segno più se riallacciamo il filo con le statistiche del 2020.

Circa dieci milioni di connazionali, pari al 18,7% della popolazione sopra gli undici anni, non rinunciano alla ‘bionda’; un’abitudine, quella del fumo, che sembra aver cambiato semplicemente volto, spostandosi dalle generazioni del boom economico a quelle della Gen Z.

Il profilo del fumatore moderno: over 50 con una dipendenza quarantennale

Se si analizza la composizione demografica di chi accende ancora una sigaretta, emerge chiaramente come la nicotina faccia registrare il tasso più alto nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 34 anni, dove si tocca quota 26,9%. Tuttavia, la fotografia scattata dagli esperti rivela una sostanziale stabilità del consumo fino ai 64 anni, per poi calare drasticamente solo nella terza età.

Ciò significa che molti di loro, specialmente gli over 50, convivono con una dipendenza che dura da quarant’anni: un rapporto lungo e complicato, che gli specialisti paragonano alla difficoltà di “imparare a guidare” in età avanzata, dove i riflessi per smettere non sono più quelli di una volta. A livello globale, a restare aggrappati al tabacco sono ancora un miliardo di persone, nonostante il picco storico italiano del 1980 – quando fumava oltre la metà degli abitanti sopra i 14 anni – sia ormai alle spalle.

L’allarme pediatrico dell’Oms e la nuova frontiera delle dipendenze

L’Organizzazione mondiale della sanità non usa mezzi termini: definisce quella del tabagismo minorile una vera e propria “epidemia pediatrica”. La prima, fatidica sigaretta, infatti, viene accesa mediamente a 12 anni, un’età in cui il cervello è particolarmente vulnerabile agli effetti della nicotina. E se un tempo il pericolo era rappresentato solo dal pacchetto da venti, oggi la sfida è multidirezionale.

Tra i giovanissimi spopolano i sacchetti di nicotina fruttati (i cosiddetti snus), formalmente vietati ai minori ma facilissimi da reperire online, dove il controllo dell’età è spesso una mera finzione. La grande emergenza, spiegano i dati raccolti a Genova durante la ricorrenza, è la dipendenza a 360 gradi: un mix esplosivo che combina sigarette tradizionali, sigarette elettroniche e prodotti a tabacco riscaldato.

Fumo e tumori: un paziente su dieci non molla la presa

C’è un dato, emerso dalle voci raccolte tra i reparti di oncologia, che fa riflettere più di altri: un paziente oncologico su dieci continua a fumare nonostante la diagnosi. Eppure, in un’epoca in cui i farmaci ‘intelligenti’ permettono di allungare la sopravvivenza – se non addirittura di cronicizzare la malattia – smettere rappresenta una delle strategie più economiche ed efficaci per aumentare l’efficacia delle cure. Smettere di fumare, infatti, non solo riduce il rischio di sviluppare un tumore, ma impedisce un rapido peggioramento della condizione in chi è già malato.

A Milano, durante l’ultimo congresso europeo organizzato dalla Lega Italiana per la Lotta ai Tumori, è emersa un’ulteriore aggravante: il policonsumo, ovvero il mix tra fumo classico e svapo, aumenta del 40% la possibilità di andare incontro a un ictus.

Le controffensive sul territorio: il caso del divieto meneghino

Per arginare il fenomeno, alcune amministrazioni locali hanno deciso di alzare il tiro, tentando di ‘de-nicotinizzare’ i luoghi pubblici. Milano, che da anni combatte contro il particolato fine, ha introdotto una misura restrittiva che vieta di accendere una sigaretta se entro un raggio di 10 metri sono presenti altre persone. Tuttavia, la normativa presenta una falla non da poco: il divieto riguarda esclusivamente le sigarette classiche, lasciando sostanzialmente campo libero ai dispositivi elettronici e ai prodotti riscaldati.

Un deterrente che, secondo gli addetti ai lavori, rischia di essere solo parziale, in un momento storico in cui i confini tra fumo attivo e passivo si fanno sempre più labili.

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