L’alcol e i giovanissimi, ad Andria un convegno per analizzare un’emergenza che parte dall’infanzia

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Si è svolto nella mattinata di ieri, martedì 21 aprile, presso l’Auditorium “Don Pino Puglisi” di Andria, l’incontro dal titolo “Alcol e giovani: strategie di prevenzione tra educazione e cura”. Un evento promosso dalla Asl Bt nel corso del mese dedicato alla prevenzione alcologica, che ha visto la partecipazione attiva di oltre duecento studenti, provenienti dai vari istituti scolastici della zona, chiamati a confrontarsi direttamente su un tema, quello dei rischi legati al consumo di bevande alcoliche, che assume contorni sempre più allarmanti se incrociato con le giovanissime fasce d’età. Non si tratta, infatti, di un fenomeno marginale: i dati emersi dal contesto nazionale, ripresi nel corso del dibattito, dipingono uno scenario in cui l’abitudine al bere si radica in maniera preoccupante, con quasi otto milioni e duecentomila italiani che, secondo le più recenti rilevazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, incorrono in comportamenti a rischio. Tra questi, spicca il dato relativo ai giovanissimi, dove il primo contatto con l’alcol, come è stato sottolineato durante i lavori, avviene talvolta già a undici anni, anticipando di molto le soglie di maturazione fisiologica e legale.

Il fenomeno del binge drinking e la fetta sommersa dei minorenni

Il consumo di alcol, lungi dall’essere un semplice accompagnamento al pasto secondo la tradizione mediterranea, sta virando sempre più verso modalità di assunzione violente e compulsive, come il cosiddetto binge drinking, ovvero l’abbuffata finalizzata a raggiungere rapidamente lo stato di ebbrezza. Nel 2024, questa pratica ha coinvolto oltre quattro milioni e quattrocentocinquantamila persone, e tra queste, a suonare l’allarme sono le cifre riguardanti i minorenni: si contano infatti circa settantanovemila ragazzi tra gli undici e i diciassette anni che adottano questo stile di consumo, nonostante per loro la vendita e la somministrazione siano vietate. Un fenomeno, questo, che spesso resta sommerso proprio perché tra l’inizio dell’abitudine a rischio e la richiesta di aiuto ai servizi sanitari (come i Ser.D) possono passare anche dieci anni, rendendo i numeri ufficiali dei pazienti in carico soltanto la punta di un iceberg molto più vasto. L’incontro di Andria, attraverso il confronto diretto, ha cercato di scavalcare questa barriera temporale, agendo sulla prevenzione primaria là dove il danno non si è ancora prodotto.

Il record di consumi tra le donne e l’aumento della popolazione anziana

Un altro aspetto dirompente emerso dalla fotografia scattata dall’Iss nel rapporto del 2026 è la progressiva erosione del divario di genere. Se storicamente il consumo problematico era appannaggio prevalentemente maschile, oggi il trend registra un’impennata significativa tra le donne. Il binge drinking femminile, come riportato dagli specialisti, è aumentato dell’84% nell’ultimo decennio, un balzo che riflette cambiamenti profondi nelle abitudini sociali e nella percezione del rischio. Parallelamente, e forse in controtendenza rispetto all’immaginario comune, cresce il pericolo anche all’estremo opposto della piramide demografica: gli ultra sessantacinquenni che eccedono nel bere quotidiano sono circa due milioni e quattrocentocinquantamila, con una prevalenza maschile (il 26,9%) che convive con una fetta comunque significativa di donne (il 6,3%) che superano la soglia di guardia. Un mix generazionale, quello di giovanissimi e anziani, che mette in crisi i modelli di intervento tradizionali, richiedendo strategie diversificate.

L’approccio della Asl tra responsabilizzazione e assenza di proibizionismo

Nel corso del convegno andriese, che ha visto alternarsi sul palco i rappresentanti del Dipartimento Dipendenze Patologiche e le forze dell’ordine, è emersa con chiarezza la linea guida adottata dagli operatori: quella di una responsabilizzazione consapevole lontana da derive proibizioniste, considerate sostanzialmente inefficaci. La strategia, come raccontata dai dirigenti sanitari, si concentra sulla “consapevolezza” e sul “consumo responsabile”, cercando di spiegare agli studenti i rischi concreti – dal coma etilico alle ripercussioni sulla guida, fino ai danni neurologici permanenti su un cervello che completa il suo sviluppo solo dopo i vent’anni – piuttosto che imporre divieti destituiti di fondamento culturale. Agli studenti, che rappresentavano il target principale della mattinata, è stato chiesto di farsi veicolo di questa cultura anche tra i banchi di scuola, agendo come sentinelle del territorio; un approccio che mira a trasformare la loro posizione da quella di semplici destinatari di divieti a quella di agenti attivi di prevenzione, riducendo lo iato che spesso esiste tra le generazioni e le istituzioni preposte alla cura.

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