Il riscatto della laurea, un’anticipo che a volte si rivela un’illusione: paghi per uscire prima e finisci per lavorare di più

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Redazione Economia Redazione Economia   -   C’è una domanda, quella che molti danno per scontata quando si parla di riscatto della laurea, che torna con inquietante regolarità nei consulti con i patronati e nelle chat tra colleghi prossimi alla pensione: servono davvero quegli anni comprati – pagando cifre talvolta salate – ad andarsene prima dal lavoro? La risposta, come spesso accade in materia previdenziale, non è né lineare né universale, e un quesito arrivato da un lettore – che ha 52 anni e lavora come dipendente dal settembre del 2003 – lo dimostra con cruda esattezza, partendo da una situazione concreta e sfatando, suo malgrado, un luogo comune assai diffuso.

Questo lavoratore, va detto, aveva già versato contributi in gestione separata tra il 2001 e il 2003, quindi prima dell’attuale occupazione subordinata. La sua domanda, implicita ma pregnante, è la seguente: riscattando gli anni di studio terziario – un’operazione che consente di trasformare il tempo trascorso all’università in anzianità contributiva – otterrebbe un vantaggio reale o si ritroverebbe, invece, a dover rimandare l’uscita dal mercato del lavoro? L’interrogativo non è affatto peregrino, perché il meccanismo del riscatto, sulla carta semplice, nella pratica si scontra con le maglie strette delle varie forme di pensione anticipata che il sistema italiano ha moltiplicato negli ultimi decenni.

Quando il beneficio svanisce dentro le regole dell’anticipo

L’illusione, ecco il punto, nasce da un equivoco di fondo: credere che aggiungere anni contributivi – anche quelli virtuali del corso di studi – sposti sempre e comunque in avanti la data del primo assegno. In realtà, per chi è già in possesso di una finestra anticipata (come la quota 103, o le future misure che potranno subentrare, sebbene non sia qui il luogo per speculare), il riscatto rischia di rivelarsi superfluo o, peggio, controproducente. Perché? Perché alcune tipologie di pensionamento anticipato prescindono dal totale dei contributi versati, oppure perché alzare il montante contributivo – e quindi l’importo dell’assegno – può innescare, in taluni casi limite, un meccanismo perverso: la cosiddetta “pensione in ritardo”.

Il caso limite, che qualche simulazione recente ha portato alla luce, è quello del lavoratore che, versando il denaro per coprire i cinque anni della laurea, supera una soglia contributiva oltre la quale scatta un diverso calcolo dell’età di uscita. Il paradosso, in sé eloquente, suona più o meno così: hai pagato per smettere prima, e invece il sistema – a causa dell’interazione tra le diverse finestre mobili e i requisiti anagrafici – ti dice che dovrai restare al lavoro sei mesi o un anno in più rispetto a chi non ha riscattato nulla.

Il fisco, quella cedola immediata che tutti sottovalutano

C’è poi un altro piano, meno discusso ma altrettanto decisivo, sul quale il riscatto della laurea stacca una cedola dolorosa e immediata: quello fiscale. Pagare gli anni universitari significa anticipare una somma – talvolta considerevole – che potrebbe essere investita altrove, oppure semplicemente risparmiata. La normativa, è vero, concede una deduzione dal reddito complessivo per i contributi versati, e una detrazione che va a incidere sul modello 730/2026. Ma la vera alchimia contabile, spesso taciuta nei proclami di chi esalta il riscatto come un “regalo” dello Stato, è la seguente: l’onere finanziario sostenuto oggi, per molti lavoratori con una prospettiva di carriera ancora lunga, si traduce in un mancato guadagno potenziale. In parole povere, quei soldi escono subito dalla tasca, mentre il presunto vantaggio pensionistico – l’aumento dell’assegno mensile – arriverà tra anni ed è, inoltre, eroso dall’inflazione e dalle aliquote fiscali progressive.

Non si tratta di negare l’utilità dello strumento per alcune fasce di contribuenti – per esempio chi ha iniziato a lavorare molto tardi, o chi ha carriere discontinue – ma di restituire complessità a un ragionamento che troppo spesso viene banalizzato. Il riscatto non è buono o cattivo in assoluto; è, piuttosto, un dispositivo che va calibrato sul singolo profilo lavorativo, sull’età, sui contributi già maturati e, non ultimo, sulla propria capacità di sopportare un esborso immediato.

Il boomerang previdenziale: quando la pensione si allontana

Ecco allora emergere, nitido, il rischio nascosto di cui pochi parlano: il riscatto della laurea, in alcuni casi – limitati ma statisticamente rilevanti – non solo non avvicina la pensione, ma la allontana. È quanto si legge in alcune simulazioni elaborate da esperti del settore e riprese da testate nazionali, dove si accendono i riflettori su una delle misure più controverse dell’intero impianto pensionistico italiano. Il meccanismo, tecnicamente complesso ma intuitivo nei suoi effetti, dipende dalle cosiddette “finestre mobili” o dai requisiti combinati anagrafico-contributivi: superato un certo ammontare di anni versati, si cambia tipologia di accesso all’anticipo. E così chi pensava di comprare un biglietto per l’uscita anticipata si ritrova, suo malgrado, con un prolungamento del periodo lavorativo che nessuno gli aveva messo nero su bianco al momento del versamento.

Il caso del lettore cinquantaduenne, con i suoi due anni in gestione separata e il resto da dipendente, è esemplare proprio perché mostra quanto sia fragile qualsiasi certezza in materia. Il suo percorso non è né breve né frammentato, eppure aggiungere un corso di laurea riscattato – magari di quattro o cinque anni – potrebbe innescare proprio quel boomerang. La morale, se di morale si può parlare in un campo dominato da numeri e decreti, è una sola: riscattare la laurea non è mai una scelta da fare a cuor leggero, né tantomeno affidandosi al sentito dire. E l’anticipo, quello vero, a volte è solo un’illusione ben confezionata.

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