Tim, la promessa di Labriola agli azionisti: mezzo miliardo di dividendi in arrivo nel 2027

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Un lunedì di numeri e di prospettive, quello appena trascorso in casa Tim, con il consiglio di amministrazione che ha messo nero su bianco i risultati preliminari del 2025, risultati che per l’amministratore delegato Pietro Labriola hanno il sapore di una rivincita personale e industriale. Per il quarto anno consecutivo, come lui stesso ha tenuto a sottolineare durante la consueta call con gli analisti, il gruppo ha centrato tutti gli obiettivi annunciati, un “risultato senza precedenti nella storia recente” che testimonia, parole sue, la coerenza di un’esecuzione portata avanti con determinazione nonostante le turbolenze. E se i numeri danno ragione alla strategia, la vera notizia, quella destinata a far discutere la piazza e a muovere i corsi azionari, è un'altra e riguarda la remunerazione del socio. La società, infatti, ha messo nero su bianco l’intenzione di distribuire un dividendo cash da mezzo miliardo di euro, una cifra che verrebbe messa in pagamento nel corso del 2027 e che rappresenta una svolta netta rispetto a un passato recente in cui la priorità assoluta era, per forza di cose, l’abbattimento dell’enorme mole di debito.

L’annuncio, arrivato al termine di una seduta che ha visto il Titolo viaggiare in altalena, apre uno scenario completamente nuovo per il futuro del gruppo. Il 2026, intanto, sarà l’anno del cosiddetto buyback, un piano di riacquisto di azioni proprie fino a 400 milioni di euro, subordinato però al perfezionamento della cessione di Sparkle, la società che gestisce i cavi sottomarini, un’operazione il cui closing è atteso entro la fine del secondo trimestre. A questa manovra, che ha lo scopo di sostenere il valore del titolo e premiare chi ha creduto nel percorso di risanamento, si aggiungerà poi, nella primavera del 2027, la promessa di quel dividendo sostanzioso, un impegno preso dall’ad Labriola che fotografa in modo nitido la ritrovata solidità finanziaria della ex monopolista. Sembra davvero lontana, e quasi evanescente, l’immagine della Telecom schiacciata dal debito che appena un anno e mezzo fa, in un’operazione storica, srava e vendeva la sua rete fissa al consorzio guidato da Kkr, un passaggio epocale che ha segnato uno spartiacque nella vita della società.

Numeri in crescita e l’effetto della sentenza sul canone

A supportare queste promesse, ci sono i conti del 2025, che disegnano un perimetro aziendale in piena salute. I ricavi totali si attestano a 13,7 miliardi di euro, in crescita del 2,7% rispetto all’anno precedente, una progressione trainata in larga parte dalle ottime performance del mercato brasiliano e dalla tenuta del business domestico. Anche la redditività viaggia su binari positivi: l’Ebitda, il margine operativo lordo, segna un +6,4% a 4,4 miliardi, mentre l’Ebitda after lease, quello che sconta il costo degli affitti, sale del 6,5% a 3,7 miliardi. Numeri che non solo confermano le guidance, ma che certificano come la macchina Tim, dopo anni di dieta forzata, sia tornata a produrre cassa in maniera sostenibile. La generazione di cassa nel solo quarto trimestre è stata superiore ai 700 milioni, un risultato che ha permesso di ridurre ulteriormente l’indebitamento finanziario netto after lease, sceso ormai stabilmente sotto la soglia dei 6,9 miliardi. A gonfiare ulteriormente le casse, e a creare i presupposti per una politica di dividendi così generosa, ha contribuito anche un fattore straordinario, e non di poco conto: la sentenza della Corte di Cassazione dello scorso dicembre, che ha confermato la restituzione a Tim del canone di concessione relativo al lontano 1998, un miliardo di euro che rappresenta una boccata d’ossigeno e una vittoria giudiziaria attesa da tempo.

La reazione della Borsa e le nuove regole del gioco

La comunicazione ai mercati, come spesso accade, ha però generato un moto altalenante. Il giorno dopo la diffusione dei dati, il titolo ha aperto in profondo rosso, perdendo anche oltre il 2,8% e toccando i minimi di giornata, salvo poi invertire la rotta e chiudere in positivo, seppur con un moderato +0,15% che ne ha attestato la volatilità. Un’altalena che gli analisti finanziari leggono come una normale fase di assestamento: per Intermonte, ad esempio, il target price resta fissato a 0,75 euro con la possibilità concreta di spingersi oltre quota 1 euro nel medio termine. La vera sfida, ora, per Pietro Labriola e il suo management, sarà quella di mantenere la barra dritta in uno scenario competitivo che, in Italia, resta complesso e frammentato. L’azionariato, intanto, si prepara a un’importante semplificazione: il cda ha deliberato di proporre all’assemblea del 15 aprile un raggruppamento delle azioni ordinarie nel rapporto di una nuova ogni dieci esistenti, un’operazione tecnica volta a ridurre la volatilità e ad attrarre nuove classi di investitori istituzionali, dopo la conversione delle azioni di risparmio in ordinarie prevista entro fine maggio. Un’operazione, quest’ultima, che costerà alla società fino a 700 milioni in contanti per compensare i vecchi azionisti di risparmio, ma che avrà il pregio di snellire una struttura del capitale rimasta per troppo tempo farraginosa e complessa.

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