La festa del papà diventa un campo di battaglia: striscioni e flash mob a Roma per il congedo paritario, mentre i dati Inps raccontano un'altra verità
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Redazione Interno
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La notte che ha preceduto il 19 marzo, la data che il calendario riserva alla celebrazione della figura paterna, ha visto la capitale svegliarsi tappezzata di striscioni. Un messaggio, comparso in diversi punti della città e firmato da un collettivo informale che si fa chiamare @TuttiiMaschi, ha voluto trasformare quella che tradizionalmente è una ricorrenza commerciale e affettiva in una piattaforma di rivendicazione politica, incentrata sul tema, tutt'altro che scontato, del congedo di paternità e, più in generale, sulla necessità di un welfare, per dirla con i manifestanti, più giusto e moderno. Non è stata, però, un'azione isolata. Poche ore dopo, davanti all'Anfiteatro Flavio, cuore pulsante del turismo di massa, un'altra mobilitazione ha preso forma: Cgil, insieme alla Rete degli Studenti Medi e all'Unione degli Universitari, ha srotolato un grande striscione con una scritta volutamente provocatoria che rifiutava gli auguri per rivendicare, invece, il congedo paritario. Il flash mob, spiegano i promotori, nasce dalla volontà di denunciare l'ennesima bocciatura, in sede parlamentare, di proposte che avrebbero potuto introdurre una riforma strutturale dell'istituto dei congedi parentali, cercando di riportare al centro del dibattito pubblico il nodo irrisolto della condivisione dei carichi di cura.
L'economista e la "donna da sforzo": l'immagine di una disparità che non passa
In questo clima di proteste e richieste, che hanno eletto il Colosseo a scenografia ideale per una comunicazione ad effetto, si inserisce una riflessione che arriva dal mondo accademico e che utilizza un'immagine, seppur virtuale, di potente immediatezza. Si tratta di una statua, diventata virale sui social network con il nome di “La Mujer de la Carga”, raffigurante una donna piegata sotto il peso di tre bambini, pentole e una lavatrice, un'opera che molti hanno attribuito all'artista spagnolo Juanjo Novella ma che, come chiarito da diversi fact-checker, è in realtà il frutto di un algoritmo di intelligenza artificiale. A prescindere dalla sua origine, l'immagine ha colpito nel segno. Azzurra Rinaldi, economista femminista e direttrice della School of Gender Economics all'Università Unitelma Sapienza, ne ha sottolineato l'efficacia nel rappresentare la disparità di genere contemporanea, quella che vede le donne ancora gravate da un carico di lavoro domestico e di cura sproporzionato. Una disparità che, come dimostrano i dati, inizia proprio nel momento in cui si diventa genitori.
Dieci giorni e poi il silenzio: la fotografia Inps di una paternità assente
A dare sostanza numerica alle rivendicazioni dei collettivi e alle analisi delle studiose ci pensano, puntuali come ogni anno, i rapporti statistici. I dati diffusi dall'INPS e rielaborati da Save The Children in occasione della Festa del Papà restituiscono una fotografia nitida e impietosa della paternità in Italia. Nonostante l'introduzione del congedo obbligatorio, che garantisce dieci giorni di astensione dal lavoro per i padri lavoratori dipendenti, la stragrande maggioranza di loro sceglie di non fermarsi. La percentuale di chi usufruisce di questo diritto, seppur formalmente riconosciuto, si attesta intorno al misero 16 per cento del totale. Significa che più di otto padri su dieci, alla nascita di un figlio, continuano a lavorare come se nulla fosse, lasciando sulla madre l'intero carico delle prime cure e dell'adattamento alla nuova vita. La legge prevede quei dieci giorni, ma la pratica, il contesto culturale, le pressioni implicite o esplicite del luogo di lavoro, e forse una radicata riluttanza personale, li rendono di fatto una chimera per la maggior parte degli uomini. Un dato, questo, che stride violentemente con la retorica della festa e che getta una luce cruda sulla natura, ancora profondamente asimmetrica, della genitorialità nel paese. I flash mob e gli striscioni, in fondo, non fanno altro che mettere in scena questa contraddizione, chiedendo che il diritto, per diventare tale, debba essere esercitato, e che perché questo accada, serve un cambiamento che è prima di tutto culturale prima ancora che normativo.




