Cinema italiano, mezzo secolo con Fantozzi: il perdente che conquistò tutti
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il 27 marzo 1975, nelle sale italiane debuttava Fantozzi, il film che avrebbe consacrato il ragioniere più sfortunato e amato del cinema nazionale. Diretto da Luciano Salce e interpretato da Paolo Villaggio, il lungometraggio – tratto dall’omonimo libro pubblicato quattro anni prima – non era solo una commedia, ma uno specchio deformato eppure fedele di un’Italia divisa tra frustrazioni e ambizioni. Quella pellicola, oggi restaurata e riproposta, conserva intatta la sua forza satirica, capace di scavare nelle ipocrisie sociali con un umorismo tanto grottesco quanto doloroso.
Villaggio, che aveva già esordito in televisione con personaggi come il sadico presentatore de L’altra Domenica e l’inetto Fracchia, trovò nel ragioniere di provincia la sintesi perfetta delle sue ossessioni narrative. Fantozzi, eterno umiliato, diventò un’icona perché in lui si riconosceva chiunque avesse subito l’arroganza del potere, fosse quello di un capoufficio o di un sistema intero. Le gag, diventate proverbiali – dalla Coppa Cobram alla parodia della Corazzata Potëmkin – nascondevano una critica feroce alla meritocrazia inesistente e al conformismo becero.
Quel che forse non tutti sanno è che il personaggio nacque quasi per caso, tra le pagine de L’Europeo, dove Villaggio riversò le sue esperienze lavorative in racconti caustici. Il successo editoriale spinse verso il cinema, ma il passaggio non fu scontato: la comicità di Fantozzi, fatta di sberleffi e tragedie quotidiane, rischiava di apparire troppo nichilista. Invece, il pubblico lo adottò immediatamente, trasformandolo in un fenomeno popolare che superò i confini del grande schermo.




