Torino, sette agenti di polizia penitenziaria condannati per tortura nel carcere Lorusso e Cutugno

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sette condanne, delle quali ben sette per il reato di tortura, e sei assoluzioni: è questo l'esito, reso noto questa mattina 6 febbraio, del processo a carico di quattordici agenti della polizia penitenziaria in servizio nel blocco C del carcere torinese. Gli episodi contestati, che hanno trovato un riscontro giudiziario solo parziale ma inequivocabile nel dispositivo letto in aula, si sarebbero verificati in un arco temporale che va dal 2017 al 2019, all'interno di un padiglione specificamente adibito alla custodia di persone condannate per reati a sfondo sessuale. Le pene inflitte, tutte in primo grado e dunque soggette a possibili gradi di giudizio successivi, oscillano tra i due anni e otto mesi e i tre anni e quattro mesi di reclusione, a cui si aggiunge un'ulteriore condanna per il delitto di rivelazione di atti d'ufficio.

Un caso che segna un precedente nella giurisprudenza

La sentenza emessa dal tribunale di Torino, frutto di un dibattimento estremamente articolato e protrattosi nel tempo, assume una rilevanza che travalica i confini del singolo procedimento, configurandosi come il terzo caso in Italia – dopo quelli di Santa Maria Capua Vetere, risalente all'aprile del 2020, e di San Gimignano, i cui sviluppi si sono dipanati tra il 2021 e il 2023 – in cui viene accertato, pur con le cautele imposte dalla presunzione di innocenza che accompagna ogni verdetto di primo grado, il delitto di tortura in un contesto carcerario. Un fatto, questo, che non può essere trascurato, considerando la giovane età del reato stesso nel nostro ordinamento, introdotto solo di recente e ancora poco applicato nella pratica, nonostante episodi di violenza sistematica continuino a emergere, purtroppo, con una certa frequenza dalle cronache giudiziarie.

Le dinamiche degli episodi accertati

Le violenze, come ricostruito dall'accusa e confermato nella motivazione della condanna, si manifestavano attraverso modalità che andavano ben oltre una generica e pur deprecabile sopraffazione, configurando invece una vera e propria strategia di umiliazione e annichilimento della persona. Tra i metodi denunciati, uno in particolare colpisce per la sua crudeltà psicologica: alcuni detenuti sarebbero stati costretti, sotto minaccia o costrizione, a leggere ad alta voce, di fronte ad altri reclusi, i dettagli e gli atti dei procedimenti a loro carico. Una pratica che, privando l'individuo di ogni ultimo barlume di riservatezza e dignità, mirava a spezzarne l'identità e a infliggere una sofferenza acuta, sia morale che fisica, rientrando a pieno Titolo nella sfera di applicazione della norma sulla tortura.

Le reazioni e il percorso verso la verità giudiziaria

Il percorso verso questa sentenza, che non può e non deve essere considerato come un punto di arrivo definitivo data la natura del giudizio, è stato scandito da indagini complesse e da testimonianze difficili, che hanno portato alla luce un clima di violenza radicato in quel preciso reparto del penitenziario. Sei degli imputati sono stati prosciolti, in alcuni casi per non aver commesso il fatto e in altri per intervenuta prescrizione del reato, un elemento che dimostra come il lavoro degli investigatori e della magistratura richieda un meticoloso vaglio delle responsabilità individuali. Le condanne, d'altro canto, rappresentano un segnale importante, seppur doloroso, del fatto che la giustizia può e deve arrivare a riconoscere e sanzionare gli abusi di potere, anche laddove avvengano all'interno di luoghi concepiti per la limitazione della libertà ma non per la cancellazione dei diritti fondamentali.

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