L’inchiesta sui cecchini di Sarajevo si allarga alla Lombardia: spuntano un manager e un facoltoso imprenditore

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ombra lunga e sporca della guerra balcanica, quella che trent’anni fa trasformò le colline intorno a Sarajevo in un palcoscenico di morte per civili inermi, torna a proiettarsi sul presente con contorni sempre più definiti e, per certi versi, inquietanti. L’inchiesta della Procura di Milano, coordinata dal procuratore Marcello Viola e dal pm Alessandro Gobbis con il supporto investigativo del Ros dei Carabinieri, non si limita più al profilo dell’ottantenne friulano Giuseppe Vegnaduzzo, l’ex autotrasportatore di San Vito al Tagliamento finito nel registro degli indagati nelle scorse settimane per omicidio volontario aggravato. Il fascicolo, che cerca di fare luce sui cosiddetti “cecchini del weekend” – italiani e non solo che avrebbero pagato per unirsi alle milizie serbo-bosniache e sparare sulla popolazione assediata – si è allargato a macchia d’olio, arrivando a lambire i vertici della borghesia imprenditoriale lombarda e del centro Italia.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e riportato da testimonianze ritenute attendibili, i nuovi iscritti nel registro sarebbero due: un facoltoso manager lombardo e un uomo residente nel centro Italia. Il primo dei due, in particolare, rappresenterebbe il prototipo del “turista dell’orrore” benestante, una figura che nulla ha a che vedere con il soldato o il mercenario spinto da ideologie o necessità economiche. Si tratterebbe, piuttosto, di un professionista agiato, uno di quei “ricchi e annoiati” che, come emerso dalle indagini, negli anni Novanta avrebbe potuto permettersi di sborsare cifre considerevoli – si parla di decine di migliaia di euro, rivalutati – per garantirsi un posto nelle postazioni sulle alture intorno alla capitale bosniaca. A tradirlo, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe stata la sua stessa vanteria: un conoscente avrebbe riferito ai magistrati di averlo sentito raccontare, con orgoglio, di quelle spedizioni oltreconfine, descrivendole come un’esperienza adrenalinica, un “safari” in cui l’obiettivo non erano leoni o elefanti, ma esseri umani, inclusi donne e bambini, chiamati sprezzantemente “cervi” nel gergo di quei criminali.

Le indagini, che traggono origine dall’esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni e dal lavoro dei legali Nicola Brigida e Guido Salvini, si stanno rivelando un complesso lavoro certosino per ricucire i frammenti di una memoria che molti avrebbero voluto sepolta. Le partenze, come è stato possibile appurare, avvenivano con una certa regolarità: il venerdì da un magazzino di elettrodomestici alla periferia di Milano, con l’appoggio logistico di una società di sicurezza che fungeva da copertura. Un’organizzazione che aveva i suoi snodi principali tra il capoluogo lombardo e Trieste, considerata la porta d’accesso privilegiata verso i Balcani in fiamme.

Le ramificazioni dell’inchiesta e il profilo degli indagati

Oltre ai due nuovi indagati e al già noto Vegnaduzzo, la Procura non esclude che l’elenco possa ulteriormente allungarsi. Le verifiche, infatti, si stanno estendendo ad altre regioni: il Piemonte, ad esempio, rappresenta un altro “fronte caldo” da cui potrebbero essere partiti alcuni di questi tiratori. Mentre il manager lombardo pare mosso dalla ricerca di emozioni forti, di quell’adrenalina estrema che solo l’omicidio impunito può regalare, il profilo dell’ottantenne friulano e dell’altro indagato del centro Italia sembrerebbe invece intrecciarsi con un radicato fanatismo ideologico di estrema destra. Vegnaduzzo, sentito dai pm all’inizio di febbraio, ha respinto ogni addebito, dichiarandosi estraneo ai fatti e giustificando il possesso delle armi trovate nella sua abitazione – quattro fucili, una carabina e due pistole – con la passione per la caccia. I suoi legali, gli avvocati Giovanni Menegon e Mattia Nanni, hanno parlato di “assoluta estraneità”, auspicando che l’inchiesta faccia piena luce sulla posizione del loro assistito, difendendolo da quello che ritengono un eccessivo clamore mediatico.

I meccanismi dei “safari umani” e le prove raccolte

Le difficoltà per gli inquirenti sono oggettive, legate in primis alla distanza temporale dei fatti, risalenti a oltre trent’anni fa. Eppure, gli investigatori del Ros stanno trovando riscontri significativi. Un elemento chiave è rappresentato dai racconti di testimoni che, all’epoca, ascoltarono i “vanti” di questi uomini o che, come nel caso di un ex ufficiale dell’intelligence bosniaca, lessero i verbali di interrogatori di soldati serbi catturati. Questi ultimi avrebbero confermato la presenza di stranieri paganti sulle colline di Grbavica e in altre postazioni. Nel loro gergo, i tiratori venivano chiamati “arcieri”, e il loro “gioco” aveva un tariffario: si pagava di più se il bersaglio era un bambino o un militare bosniaco, quasi a voler sottolineare la distorta gerarchia di valori in un contesto dove la vita umana era stata ridotta a merce di scambio. L’inchiesta, che procede in raccordo con altre procure europee e con il supporto della Procura del Meccanismo Residuale per i Tribunali Penali Internazionali, continua a setacciare documenti, registri di volo e passaggi di frontiera per dare un nome e un volto a tutti coloro che trasformarono l’assedio di Sarajevo in un macabro parco giochi.

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