La madre di Domenico: “Una fondazione per non dimenticare”. E nell’inchiesta spuntano i box hi-tech ignorati dall’équipe
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Redazione Interno
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Il dolore, quel dolore immenso e privato che segue la perdita di un figlio, si trasforma per Patrizia Mercolino in un atto di volontà pubblica, in un impegno concreto affinché la storia del piccolo Domenico, il bimbo di due anni e tre mesi deceduto il 21 febbraio scorso all’ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore fallito, non diventi semplicemente una cronaca destinata a sbiadire. Salendo sul palco dell’iniziativa Si.Cu.Ra al Vulcano Buono di Nola, la donna ha lanciato un appello preciso e strutturato: raccogliere i fondi necessari per arrivare ai trentamila euro richiesti dalla legge e aprire una fondazione che porti il nome di suo figlio. Non si tratta, dalle sue parole, di un gesto simbolico, bensì della volontà di erigere un baluardo contro l’indifferenza, uno strumento operativo che possa sostenere altre famigrie e, soprattutto, vigilare affinché nessun altro bambino si trovi a vivere un calvario simile. L’iniziativa, che mira a trasformare un’esperienza traumatica in un punto di riferimento per la collettività, segue di poche ore la scoperta di una macabra speculazione: profili falsi sui social, in particolare su TikTok, avevano iniziato a chiedere denaro per presunte spese funebri o legali, una truffa contro cui la stessa madre aveva già messo in guardia e che ha portato il legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, a sporgere denuncia alla Polizia Postale.
Mentre la famiglia getta le basi per un lascito civile, la Procura di Napoli continua a lavorare per ricostruire l’esatta catena di errori e omissioni che ha portato al decesso. L’attenzione degli inquirenti, coordinati dall’aggiunto Ricci e dal sostituto Tittaferrante, si è concentrata anche su un elemento logistico che assume i contorni dell’assurdo: l’équipe partita per Bolzano il 23 dicembre, incaricata di prelevare il cuore da un bambino altoatesino, avrebbe avuto a disposizione all’interno dell’Azienda Ospedaliera dei Colli dei contenitori tecnologicamente avanzati, i cosiddetti “Paragonix”, specifici per il trasporto degli organi. Eppure, come emerge dalla sa relazione di 295 pagine inviata dalla Regione Campania al ministero della Salute e firmata dal direttore generale Anna Iervolino e dal direttore sanitario Angela Annechiarico, quei dispositivi non furono utilizzati. Ne risultavano disponibili almeno due in sala operatoria e uno in farmacia, ma la risposta fornita dai sanitari, quando è stato chiesto loro il perché di quella scelta, è stata di non essere a conoscenza della loro esistenza in azienda. Un’ignoranza che appare tanto più grave se si considera che al suo posto venne impiegata una comune borsa frigo, quella che il padre di Domenico, Antonio Caliendo, ha definito senza mezzi termini come un contenitore “da spiaggia”, un oggetto più adatto a una gita fuori porta che a un trapianto salvavita.
La gestione del trasporto, e in particolare l’uso del ghiaccio secco che ha letteralmente “bruciato” e reso il cuore duro come una “pietra” -6-10, non è l’unico aspetto sotto la lente d’ingrandimento. I carabinieri del Nas hanno proseguito le ispezioni e, stando a quanto trapela da fonti investigative riportate dalla Rai, sembrerebbe allontanarsi l’ipotesi di responsabilità per l’équipe dell’ospedale San Maurizio di Bolzano, dove è avvenuto l’espianto dall’organo donatore. Sarebbe stata l’equipe napoletana, che aveva la piena responsabilità della procedura, a non valutare correttamente l’idoneità del materiale a disposizione, finendo per utilizzare una quantità di ghiaccio secco infinitesimale, tanto da doverne richiedere altra sul posto, e un recipiente di plastica più adatto a campioni istologici che a un cuore.




