Ravenna, l’inchiesta si allarga: otto medici indagati per i certificati anti-rimpatrio. E tra i migranti “salvati” spuntano molestatori e ladri

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non c’è soltanto il fronte giudiziario, che pure procede con il suo iter fatto di carte bollate e richieste di interdizione, a delineare i contorni di una vicenda che a Ravenna ha assunto i tratti di un vero e proprio caso nazionale. La Procura, nelle scorse ore, ha formalizzato la richiesta di sospensione dalla professione per un anno a carico degli otto medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci – il numero degli indagati è lievitato, nel frattempo, rispetto ai sei inizialmente comunicati – iscritti nel registro per l’ipotesi di reato di falso ideologico continuato in concorso. L’accusa, per la quale ieri era atteso l’interrogatorio di garanzia davanti alla giudice Federica Lipovscek (poi differito al 12 marzo), ruota attorno alla presunta compilazione di certificati che attestavano, in assenza dei presupposti clinici, la non idoneità di cittadini stranieri irregolari al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) e al successivo viaggio aereo verso i Paesi d’origine.

I numeri dell’indagine e il profilo dei “non idonei”

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, che hanno passato al setaccio 34 casi clinici valutati tra il settembre del 2024 e il gennaio del 2026, la percentuale di giudizi di inidoneità emessi dai camici bianchi ravennati appare, se non sospetta, quanto meno statisticamente rilevante: su quei 34 stranieri sottoposti a visita, ben dieci sono stati giudicati non idonei al trasferimento in un Cpr, mentre altri dieci si sono rifiutati di sottoporsi all’accertamento. Il sospetto degli inquirenti, coordinati dal procuratore capo Daniele Barberini e dalla sostituta Angela Scorza, è che in molti di quei pareri la scienza medica sia stata piegata a fini ostativi, magari compilando moduli in modo incompleto o attribuendo patologie – infettive o psichiatriche – non suffragate da evidenze oggettive pur di scongiurare il rimpatrio. Ma è un altro il dettaglio che emerge dagli atti e che riguarda la ricaduta concreta di quelle scelte sulla sicurezza del territorio: tra i migranti che, grazie a quei certificati, hanno evitato di essere condotti in un centro, molti sono stati successivamente denunciati o addirittura arrestati per fatti di cronaca anche gravi.

Dalle chat dei medici ai reati commessi in libertà

L’informativa congiunta inviata in Procura dalla Direzione centrale anticrimine e dalla Squadra mobile – gli stessi uomini che nella notte tra l’11 e il 12 febbraio hanno perquisito studi medici, abitazioni e dispositivi informatici dei sanitari – contiene un elenco preciso di dieci soggetti che, dopo la visita in ospedale e la conseguente dichiarazione di non idoneità, non molto tempo dopo sono finiti nuovamente nella rete delle forze dell’ordine per avere commesso reati. Una ventina, nel complesso, le contestazioni piovute loro addosso dopo essere usciti dal nosocomio, come se quel certificato, di fatto, avesse restituito alla libertà persone che della libertà avrebbero fatto un uso distorto. Tra le figure che hanno beneficiato di questi pareri sanitari, infatti, si annoverano un molestatore seriale che agiva nella zona della stazione, un individuo accusato di avere devastato alcune pensiline, e ancora soggetti con precedenti per furto e stalking. Il caso che forse più degli altri ha fatto scattare l’allarme, e che sarebbe all’origine dell’intera inchiesta, riguarda un venticinquenne senegalese fermato dalla polizia il 21 gennaio scorso con l’accusa di avere molestato sette donne: portato in questura per le procedure di espulsione, non fu poi accompagnato al Cpr perché giudicato, per l’appunto, non idoneo dai medici.

Parallelamente all’esame di questi fascicoli, l’indagine sta facendo luce anche sul clima che avrebbe favorito la presunta condotta illecita. Le chat sequestrate, alcune delle quali finite nelle carte della Procura, restituiscono l’immagine di un fronte compatto contro gli accompagnamenti ai centri. In un passaggio, un medico – che secondo quanto ricostruito non opererebbe a Ravenna ma a cui diversi indagati si sarebbero rivolti per cercare conforto – scrive a una dottoressa finita nel mirino: “Bene! Gli facciamo il c… a questi m… sbirri”, un’espressione di trionfo per l’ennesimo certificato di non idoneità appena sfornato. Parole che, per gli inquirenti, dimostrerebbero una chiara volontà ostativa, un’opposizione preconcetta alle politiche di rimpatrio che poco avrebbe a che fare con la scienza e molto con l’ideologia. I legali dei medici, dal canto loro, ribadiscono la correttezza dell’operato dei loro assistiti, sottolineando come i giudizi clinici, in assenza di linee guida nazionali chiare, siano stati espressi in scienza e coscienza per tutelare la salute di persone vulnerabili. Il procuratore Barberini, per ora, ha scelto il silenzio stampa, mentre la macchina giudiziaria continua a setacciare computer e fascicoli alla ricerca di altre anomalie.

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