L’inchiesta sui certificati anti-rimpatrio di Ravenna, il gip dispone la sospesa per tre medici e il divieto di certificare per altri cinque
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Redazione Interno
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Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ravenna, Federica Lipovscek, ha depositato il proprio provvedimento in merito alla richiesta di misure cautelari avanzata dalla Procura nei confronti degli otto medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci, indagati nell’ambito dell’inchiesta cosiddetta sui certificati “anti-rimpatrio”. Una decisione, quella del gip, che ha ridimensionato la richiesta dell’accusa – la quale aveva sollecitato per tutti i professionisti un’interdizione dalla professione per un anno – disponendo invece misure differenziate: per tre degli infettivologi è scattata la sospensione totale dall’esercizio professionale per un periodo di dieci mesi, mentre per gli altri cinque, sempre per dieci mesi, è stato imposto il divieto di occuparsi specificamente delle certificazioni di idoneità o inidoneità al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr).
La vicenda giudiziaria, coordinata dal procuratore capo Daniele Barberini e dalla pm Angela Scorza, affonda le radici in un’attività investigativa avviata dalla Squadra mobile, che lo scorso 12 febbraio aveva portato a perquisizioni nel nosocomio romagnolo e al sequestro di dispositivi elettronici e documentazione cartacea. Il nucleo dell’accusa, che contesta ai sanitari il reato di falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici, si fonda sull’ipotesi che, tra il settembre 2024 e il gennaio 2026, i medici avrebbero compilato certificati attestanti falsamente condizioni di non idoneità alla detenzione amministrativa per almeno 64 cittadini extracomunitari in posizione di irregolarità, molti dei quali destinatari di provvedimenti di espulsione. Un dato, quest’ultimo, che secondo quanto ricostruito dagli inquirenti avrebbe di fatto impedito il trattenimento di questi soggetti nei Cpr, consentendo loro di rimanere sul territorio nazionale e, in alcuni casi, portando alla luce episodi di recidiva in attività delittuose.
Il provvedimento del gip e il rischio di reiterazione
Nel motivare la parziale accoglimento della richiesta della Procura, il gip Lipovscek ha evidentemente ritenuto sussistenti gravi indizi di colpevolezza a carico del personale sanitario e, contestualmente, un pericolo di reiterazione del reato tale da giustificare l’applicazione di una misura interdittiva. La scelta di graduare le sanzioni – con la sospensione piena per tre di loro e la limitazione delle sole mansioni certificative per i restanti cinque – potrebbe essere letta come una differente valutazione dei singoli ruoli e delle specifiche responsabilità emerse nel corso delle indagini. Un aspetto, questo, che i legali del pool di difesa, composto dagli avvocati Carlo Alberto Baruzzi, Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Marco Martines, Maria Elena Monaco, Salvatore Tesoriero e Maria Virgilio, avevano caldeggiato durante l’interrogatorio di garanzia del 12 marzo, quando tutti gli assistiti avevano scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere, pur producendo documentazione a propria discolpa.
Le chat e il contesto investigativo
Un elemento centrale nel quadro indiziario delineato dalla Procura è rappresentato dai contenuti estratti dalle conversazioni avvenute tramite applicazioni di messaggistica istantanea, chat che gli investigatori hanno acquisito e analizzato. In alcuni di questi dialoghi, secondo quanto riportato dagli atti, emergerebbero espressioni di intento e discussioni operative sulla necessità di rendere più credibili le motivazioni cliniche poste a fondamento dei giudizi di inidoneità, proprio per evitare che queste potessero essere contestate. Frasi come “finora abbiamo fatto così, solo che adesso bisogna giustificare in modo più credibile altrimenti potrebbero contestarcela. Non sarà banale” o “Mi pare che l’azienda voglia renderci la ‘non idoneità’ un percorso ad ostacoli, lungo, stancante, così da disincentivare” sono state acquisite agli atti e concorrono a formare la base del provvedimento. Parallelamente, dalle indagini è emerso come in un arco temporale ben definito – tra il 10 settembre 2025 e il 16 gennaio 2026 – nessuno dei migranti sottoposti a visita presso il reparto di Malattie infettive fosse stato giudicato idoneo al trattenimento in un Cpr, una circostanza che agli occhi degli inquirenti ha rafforzato il sospetto di una prassi consolidata e sistematica.
La reazione del mondo associativo e le preoccupazioni per il reparto
Sul fronte esterno all’inchiesta, diverse realtà del volontariato e associazioni di settore hanno manifestato solidarietà nei confronti degli otto professionisti, organizzando presidi e partecipando a manifestazioni pubbliche, come quella in programma a Bologna, per esprimere vicinanza ai medici e sostenere la tesi secondo cui la loro azione sarebbe stata ispirata unicamente da principi deontologici e dalla tutela della salute dei pazienti, in linea con le indicazioni di organismi internazionali che mettono in guardia sugli effetti patogeni della detenzione amministrativa. La questione, oltre ai profili giudiziari, solleva anche delicati interrogativi organizzativi per l’Azienda Usl della Romagna, che già prima dell’interrogatorio di garanzia aveva sollevato i medici dall’incarico di rilasciare questo specifico tipo di certificazioni. Una misura cautelare più pesante, come quella richiesta inizialmente dalla Procura, avrebbe rischiato di paralizzare l’attività del reparto di Malattie infettive, riducendo drasticamente il numero di sanitari in servizio e compromettendo la capacità di risposta dell’ospedale.




