Il nodo delle visite al Cpr: a Ravenna otto medici indagati per i certificati che bloccano i rimpatri
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Redazione Interno
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L’inchiesta della Procura di Ravenna sui certificati medici che di fatto neutralizzano i provvedimenti di espulsione ha subito una decisa accelerazione, allargandosi a otto camici bianchi del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci. I pm Daniele Barberini e Angela Scorza, dopo aver passato al setaccio computer e dispositivi elettronici del reparto in una perquisizione durata un’intera giornata, avrebbero ora contezza di un fenomeno ben più ampio delle poche eccezioni inizialmente ipotizzate. Dagli atti depositati emergerebbe, stando a quanto ricostruito dagli investigatori dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato, un meccanismo consolidato: su trentaquattro cittadini stranieri irregolari valutati tra il settembre del 2024 e il gennaio del 2026, dieci si sarebbero rifiutati di sottoporsi alla visita e altri dieci sarebbero stati dichiarati non idonei al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) e al successivo rimpatrio aereo, una percentuale che agli inquirenti è parsa sospetta e meritevole di approfondimento.
Le storie di cronaca che hanno fatto da detonatore
A innescare le verifiche, e a dare un volto concreto alle conseguenze di queste certificazioni, sarebbero stati due episodi di cronaca locale che hanno sollevato piú di una perplessità tra gli agenti. Un venticinquenne senegalese, fermato dopo aver molestato sette lavoratrici tra la stazione ferroviaria e la biblioteca Classense, era stato condotto in questura per l’avvio delle pratiche di espulsione; lí, però, la procedura si era improvvisamente arenata. Il referto medico, nel quale si attestava una qualche condizione di incompatibilità con la vita comunitaria, aveva impedito il suo trasferimento in un Cpr, lasciandolo di fatto libero di aggirarsi per il territorio. Analoga sorte era toccata a un ventiseienne originario del Ghana, balzato agli onori delle cronache per avere prima distrutto la pensilina degli autobus davanti allo scalo ferroviario e poi messo a segno un furto in un supermercato del centro: anche per lui, nonostante la palese pericolosità sociale, il certificato medico aveva chiuso la strada verso il centro di permanenza. In entrambi i casi, l’esito delle visite – che avrebbero dovuto unicamente accertare l’assenza di patologie contagiose o di condizioni cliniche tali da rendere rischioso il viaggio o la detenzione – si era tradotto in una sostanziale libertà di movimento per soggetti autori di reati, un paradosso che ha fatto scattare le indagini.
Il modus operandi finito sotto la lente degli inquirenti
La sensazione, per chi indaga, è che non si tratti di errori o di valutazioni discrezionali al limite, ma di un atteggiamento sistematico, quasi una prassi consolidatasi nel tempo. I fascicoli raccolti parlano di certificati che, in molti casi, sarebbero stati redatti in maniera incompleta o, addirittura, con l’attribuzione di patologie inesistenti o comunque non riscontrate durante gli accertamenti clinici. Il sospetto è che alcuni medici abbiano utilizzato la propria autonomia professionale per opporre un argine alle politiche di rimpatrio, finendo però per vanificare provvedimenti già convalidati dall’autorità giudiziaria. La perquisizione, che gli stessi sindacati dei medici hanno definito pesante nelle modalità – avvenuta prima dell’alba e protrattasi per ore – ha permesso di sequestrare non solo cartelle cliniche e moduli prestampati, ma anche chat e messaggi che potrebbero rivelare contatti con associazioni e riferimenti a codici deontologici, elementi che gli inquirenti stanno ora valutando per capire se vi fosse una regia occulta o, piú semplicemente, una condivisione di intenti tra i professionisti.
La reazione della politica e il nodo dell’autonomia medica
La vicenda ha immediatamente varcato i confini locali per diventare caso nazionale, con dichiarazioni roventi giunte da piú parti. Il ministro Matteo Salvini ha parlato di “vergogna da radiazione e da arresto”, qualora le ipotesi dovessero trovare conferma, mentre il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni ha sottolineato come i trattenimenti nei Cpr non possano essere vanificati da referti sanitari che si pongono in contrasto con le decisioni dei giudici. Dall’altra parte, il sindaco di Ravenna Alessandro Barattoni ha invitato i ministri alla prudenza, definendo “improvvide” le esternazioni giunte dal governo e ricordando come spetti alla magistratura fare chiarezza, senza trasformare i medici in capri espiatori di procedure di rimpatrio che, a suo dire, non funzionano a monte. Associazioni di categoria come la SIMEDET e l’Anaao hanno espresso solidarietà ai colleghi, denunciando il clima di intimidazione e la “gogna mediatica” che rischierebbe di minare la serenità del personale sanitario e, di riflesso, la continuità delle cure per tutti i pazienti.




