La “cupola rossa” degli avvocati e i rimpatri bloccati: il sistema dei ricorsi “fotocopia” nei Cpr
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Redazione Interno
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È una piccola, solida cupola a tinte decisamente rosse quella che, da tempo ormai, si è insediata nei meccanismi di trattenimento e rimpatrio dei migranti in Italia. A coadiuvare – e spesso a convincere – i cittadini stranieri che cercano in tutti i modi di non essere rispediti nei Paesi d’origine, ci sono sempre gli stessi legali. Il loro modus operandi, come emerge da inchieste recenti e ricostruzioni giudiziarie, segue uno schema quasi standardizzato: il gratuito patrocinio, rappresentando un’attrattiva economica coperta dallo Stato, ha finito per trasformarsi in una sorta di monopolio difensivo. Questo meccanismo, alimentato dall’associazionismo cosiddetto “migrazionista”, ha preso piede nei Cpr di Roma-Ponte Galeria, Gjadër (Albania), Caltanissetta-Pian del Lago, Bari-Palese, Milano-Corelli e Torino-Brunelleschi.
Gli “espedienti” legali e lo schema che si ripete nei ricorsi
La strategia difensiva, lungi dall’essere un caso isolato, segue una cassetta degli attrezzi ben precisa. I legali, spesso legati all’Asgi (l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), utilizzano espedienti narrativi ricorrenti per fermare i decreti di espulsione. Se il migrante è nigeriano, si punta tutto sulla presunta omosessualità, sostenendo che in caso di rimpatrio sarebbe destinato a subire persecuzioni; se invece il trattenuto appartiene ad altre nazionalità, il cavallo di battaglia diventa la tutela contro le vessazioni familiari. Si tratta, a tutti gli effetti, di un contenzioso che preferisce l’inceppo giudiziario al programma di rimpatrio volontario assistito. Una dinamica che si ripete in molti centri, dove l’interesse iniziale del migrante a rientrare in patria (magari attratto dagli incentivi economici) svanisce immancabilmente dopo il colloquio con il legale.
Assassini, rapinatori e spacciatori: chi rifiuta di andarsene
L’ombra più inquietante di questo sistema, però, riguarda la tipologia di soggetti che beneficiano di questi assistenzialismi legali. Non si parla solo di richiedenti asilo generici, ma di persone già colpite da decreto di espulsione per pericolosità sociale. Assassini, rapinatori e spacciatori preferiscono intasare i tribunali con ricorsi a catena piuttosto che accettare un rientro assistito. I numeri, in tal senso, raccontano una verità scomoda: a Caltanissetta, ad esempio, su tredici migranti inizialmente intenzionati a partecipare al programma europeo di rimpatrio volontario (che prevede un aiuto economico), dieci hanno cambiato idea dopo il parere dei difensori di sinistra. A Torino, il dato è persino più eloquente: zero adesioni su sette candidati dopo i colloqui con i legali.
L’assalto alla norma e il "rimpasto" giudiziario sugli incentivi
Proprio per arginare questo fenomeno, il governo – come riportato dalle cronache di questa settimana – aveva provato a muovere i pedoni sulla scacchiera legislativa. L’imperativo categorico era incrementare i rimpatri, non solo quelli coatti ma anche quelli volontari. L’esecutivo aveva inserito una norma che prevedeva un compenso per gli avvocati che fossero riusciti a convincere i migranti a tornare a casa, ma lo scontro istituzionale – sfiorato con il Quirinale – ha portato a una marcia indietro. Sergio Mattarella ha firmato il testo, ma solo dopo una macchinosa trattativa che ha modificato la parte sugli incentivi. Il premio per i legali, insomma, resta un’attrazione pericolosa, ma gli equilibri interni alla maggioranza (con Giorgia Meloni che rivendica la misura come un passo concreto per difendere le divise) restano in bilico tra la necessità di garantire la sicurezza e la pressione di un apparato forense che, nelle maglie del gratuito patrocinio, ha trovato un florido mercato.




