L’inchiesta di Ravenna e quei 34 certificati di non idoneità al Cpr: cosa emerge dalle chat dei medici
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, tra il 10 settembre 2025 e il 16 gennaio 2026, nessuno dei migranti sottoposti a visita è stato giudicato idoneo al trattenimento in un Centro di permanenza per i rimpatri. Un dato che da solo, se letto nell’arco di quei quattro mesi, avrebbe forse potuto sollevare piú di un dubbio, ma è incrociando i numeri con le conversazioni finite nei telefoni sequestrati che il quadro, per gli inquirenti, ha assunto contorni piú precisi. Gli investigatori della squadra mobile, coordinati dal procuratore Daniele Barberini e dalla sostituta Angela Scorza, hanno messo insieme 34 certificazioni sospette e un carteggio di messaggi in cui l’atteggiamento dei sanitari, otto quelli finiti nel registro degli indagati, appare tutt’altro che casuale. In una di quelle chat, risalente alla sera del 2 dicembre, due dottoresse si scambiavano informazioni su un cittadino straniero destinato al Cpr, uno che aveva commesso una rapina a mano armata, e una delle due, il cui profilo porta uno pseudonimo italiano seguito da una scritta in arabo e la dicitura “Infettivi Ravenna”, chiedeva all’altra se avesse notizie. Il timore che la Questura stesse già guardando da vicino i loro certificati, in quel periodo, era piú che un sospetto.
La mappatura delle non idoneità e i moduli prestampati
Dalle carte depositate emerge quella che gli inquirenti definiscono una vera e propria mappatura: i medici, secondo l’accusa, si scambiavano i moduli di certificazione per tenere traccia di quanti riuscissero a sottrarre al rimpatrio. “Se vi va, mandatemi copia delle certificazioni che sto tenendo una mappatura”, scriveva un professionista non indagato, un medico operante in un’altra regione che pare avesse assunto il ruolo di referente per il gruppo ravennate. Tra i materiali sequestrati, infatti, non ci sono solo conversazioni ma anche facsimili prestampati, moduli già pronti per l’uso in cui bastava compilare i dati del paziente e spuntare le patologie che impedivano l’ingresso in Cpr: malattie infettive contagiose, disturbi psichiatrici acuti, patologie croniche degenerative. Un sistema che, a sentire i pm, poteva contare su una certa dimestichezza operativa e che si reggeva anche sull’esortazione, comparsa in una chat, a restare uniti perché cosí “non succede nulla”. A tenere le fila, in reparto, c’era anche chi si definiva senza mezzi termini “anarchica e antifascista” e condivideva con i colleghi articoli e materiali di riflessione, evidentemente per rinsaldare la comune motivazione etica che sta alla base di quelle scelte. Tra i migranti dichiarati inidonei, molti dei quali con precedenti penali, qualcuno era addirittura tornato in reparto a ringraziare il medico che lo aveva “salvato” dal centro: “Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi”, si legge in uno dei messaggi finiti nel fascicolo.
Visite lampo e patologie indefinite: cosa contestano gli inquirenti
Il sospesso degli investigatori è che in molti casi le visite durassero non piú di due minuti, il tempo stretto per appuntare qualcosa su un modulo e far sí che il migrante, anche se socialmente pericoloso o inottemperante a precedenti ordini di espulsione, restasse di fatto sul territorio italiano. La Procura, al momento, mantiene il massimo riserbo e non rilascia dichiarazioni alla stampa, ma gli elementi raccolti, tra cui le 34 certificazioni sospette e i dieci casi, su quei 34, di stranieri che dopo essere stati trattenuti avrebbero ricevuto nuove contestazioni o commesso ulteriori reati, rappresentano il nucleo centrale dell’ipotesi di falso ideologico continuato in concorso. Il meccanismo, secondo quanto riferito da fonti investigative, sarebbe stato in qualche modo agevolato dall’assenza di linee guida nazionali chiare che stabiliscano criteri univoci per valutare l’idoneità al trattenimento, un vuoto normativo che, di fatto, lascia al singolo professionista un margine interpretativo ampio. Dall’altra parte, però, la ripetitività delle diagnosi e la coincidenza temporale tra le certificazioni e l’arrivo in reparto di soggetti destinati all’espulsione hanno fatto scattare gli accertamenti.
Le reazioni del medico e la difesa dell’autonomia professionale
La notizia delle perquisizioni, eseguite all’alba tra l’11 e il 12 febbraio scorsi con un dispiegamento di forze che i sindacati dei medici hanno giudicato sproporzionato, ha immediatamente sollevato un’ondata di solidarietà verso i colleghi indagati. L’Anaao Assomed Emilia-Romagna ha parlato di “gogna mediatica” e di una condanna anticipata sui giornali, ben prima di qualsiasi sentenza definitiva, mentre gli Ordini dei medici romagnoli hanno ribadito in una nota che il parere clinico deve restare circoscritto all’ambito sanitario e non può diventare uno strumento per avallare scelte amministrative. Il presidente della Regione Michele de Pascale, pur nel rispetto dell’inchiesta, ha sottolineato come si stiano scaricando sui camici bianchi responsabilità enormi, soprattutto in assenza di parametri nazionali certi su cosa renda una persona idonea o meno alla vita in un Cpr. La Società Italiana di Medicina delle Migrazioni è andata oltre, citando un policy brief dell’Organizzazione mondiale della sanità del gennaio 2026 in cui si definisce la detenzione amministrativa dei migranti come un fattore diretto di malattie infettive e gravi disturbi psichiatrici. Per i medici della Simm, insomma, certificare la non idoneità non è un atto arbitrario, ma un dovere deontologico, un modo per prevenire un danno certo alla salute. La Federazione nazionale degli Ordini dei medici, nel frattempo, ha approvato all’unanimità un ordine del giorno in cui chiede una revisione delle procedure che regolano il trattenimento, ribadendo che la valutazione clinica non può essere subordinata a esigenze di ordine pubblico.




