Falsa certificazione e Cpr, il flash mob dell'ospedale di Ravenna a sostegno dei sei medici indagati
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Redazione Interno
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Oltre trecento persone, tra camici bianchi, infermieri, studenti in medicina e semplici cittadini, si sono radunate nel pomeriggio davanti all'ingresso dell'ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna. La mobilitazione, organizzata in dieci minuti di silenzio e cartelli, rappresenta una risposta corale all'inchiesta della Procura che ha portato all'iscrizione nel registro degli indagati di sei professionisti del reparto di Malattie Infettive. L'ipotesi di reato, per la quale si procede per falso ideologico continuato in concorso, riguarda la presunta compilazione di certificazioni che avrebbero di fatto impedito il trasferimento di cittadini stranieri irregolari nei Centri di permanenza per i rimpatri, i cosiddetti Cpr, e il successivo rimpatrio tramite voli aerei.
La genesi della protesta e il clima all'interno del nosocomio
L'idea del flash mob è nata dalla volontà di alcuni operatori, tra cui spiccano i nomi di Petia Di Lorenzo, coordinatrice infermieristica e consigliera comunale del Partito Democratico, dell'oncologo Marco Montanari e della cardiologa Federica Giannotti. L'intento dichiarato non è quello di sindacare sull'operato della magistratura, verso cui i promotori dichiarano piena fiducia, ma di stigmatizzare le modalità con cui le perquisizioni sono state eseguite. I sanitari parlano di un blitz giudicato eccessivamente invasivo e violento nell'approccio, quasi ci si trovasse di fronte a criminali comuni e non a professionisti della salute; le frasi esposte sui cartelli, come “Siamo sanitari non gangster” o “La deontologia non è un crimine”, sintetizzano efficacemente lo stato d'animo di chi si sente ingiustamente equiparato a un fuorilegge per aver esercitato quella che ritiene essere una pratica di cura.
Il merito delle contestazioni e la complessità normativa
Al centro della vicenda giudiziaria, coordinata dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza, vi è l'analisi di decine di certificati medici che attestavano l'inidoneità dei migranti alla vita nei centri o al viaggio aereo, condizioni necessarie per procedere con l'espulsione. La procura sospetta che tali giudizi potessero essere dolosamente incompleti, se non del tutto arbitrari, e finalizzati a ostacolare un provvedimento dello Stato. Tra i casi finiti nel mirino, alcuni riportati dalla stampa locale, ce ne sarebbe uno relativo a un cittadino senegalese, poi arrestato per molestie, che proprio grazie a un certificato di non idoneità sarebbe stato rimesso in libertà. La difesa che emerge dal personale sanitario, e che trova eco nelle dichiarazioni del presidente della Regione Michele de Pascale, si concentra invece sull'assenza di linee guida nazionali chiare e univoche che stabiliscano quali patologie, infettive o psichiatriche che siano, rendano effettivamente un soggetto incompatibile con il trattenimento, lasciando di fatto il medico solo di fronte a scelte che hanno pesanti ricadute amministrative e sociali.
La frattura politica e la solidarietà al personale
L'inchiesta ha inevitabilmente aperto un fronte di scontro politico che travalica i confini romagnoli. Se da un lato il vicepremier Matteo Salvini ha parlato di una vicenda gravissima che, una volta confermata, meriterebbe la radiazione e l'arresto, e il segretario della Lega Romagna Jacopo Morrone ha ipotizzato l'esistenza di un vero e proprio sistema doloso per sabotare le politiche di sicurezza del governo, dall'altro lato il Partito Democratico locale e regionale ha stretto un cordone sanitario attorno ai medici. La consigliera regionale Eleonora Proni, presente al presidio, ha sottolineato come non si possano costruire narrazioni lesive dell'immagine del servizio sanitario prima di qualsiasi accertamento definitivo. Anche il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, ha tenuto a distinguere i ruoli, ricordando che i medici curano le persone mentre le forze dell'ordine si occupano della sicurezza, criticando le dichiarazioni improvvide giunte dalla maggioranza.
Le reazioni degli ordini professionali e della società civile
Alla mobilitazione hanno aderito anche gli ordini dei medici della Romagna, che in una nota congiunta hanno ribadito come il parere clinico esprima un giudizio tecnico che non può diventare un avallo di scelte amministrative. La Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (Simm) è intervenuta ricordando un appello lanciato già nel 2024, in cui si chiedeva al personale sanitario di prendere coscienza delle condizioni di salute dei migranti detenuti, definendo pericoloso per la democrazia il clima in cui la cura rischia di essere considerata un reato. La folla radunata sotto le finestre del reparto di Malattie Infettive, composta da sindacati come Cgil e LaborUp e da semplici passanti, ha mostrato come la vicenda tocchi corde sensibili nella città che fu di De Pascale, trasformando un'inchiesta giudiziaria in un caso nazionale che interroga il confine tra deontologia medica e dovere di collaborazione con l'autorità.




