L’inchiesta di Ravenna e il modulo già pronto: così la rete pro migranti orienta i medici contro i Cpr

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ora, al di là della posizione dei singoli dottori, che naturalmente godono della presunzione di innocenza fino a un giudizio definitivo, ciò che rende il caso di rilevanza nazionale è il contesto emerso dalle carte. Non esiste, è bene precisarlo, alcun collegamento formale tra l’inchiesta e le campagne di sensibilizzazione indirizzate al personale sanitario; eppure, è altrettanto incontrovertibile che da almeno un biennio alcune realtà associative portano avanti un’azione capillare di orientamento delle coscienze dei camici bianchi. Un esempio su tutti è l’appello della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (Simm), della rete “Mai più lager – No ai CPR” e dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi), un documento che, come riportato dal Resto del Carlino, non si limita a una generica presa di posizione politica: contiene un vero e proprio fac-simile di certificato precompilato per attestare la “non idoneità” alla vita in queste strutture -4. Un modulo che, pur muovendo da considerazioni sulla salute mentale e sui rischi igienico-sanitari dei centri – temi sollevati anche dall’ufficio europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità – finisce per indirizzare il giudizio clinico verso un esito prestabilito, sollevando non pochi interrogativi sulla libertà e l’indipendenza dell’atto medico.

La reazione della politica e lo scontro tra opposte visioni

L’eco dell’indagine ha ovviamente varcato i confini giudiziari per approdare in quelli, assai più tumultuosi, del dibattito politico. Da un lato, esponenti della maggioranza come il vicepremier Matteo Salvini e il deputato della Lega Romagna Jacopo Morrone hanno parlato senza mezzi termini di “vergogna” e di un “sistema doloso criminale”, invocando misure drastiche come il licenziamento e la radiazione qualora le accuse venissero confermate -3-6. Morrone, in particolare, ha bacchettato il sindaco di Ravenna Alessandro Barattoni e il presidente della Regione Michele De Pascale, reo, ai suoi occhi, di aver imbastito un’ “improvvisata difesa d’ufficio” nei confronti dei medici indagati. Dall’altro lato, infatti, il fronte del centrosinistra si è stretto attorno ai sanitari. Lo stesso De Pascale, intervenendo sulla vicenda, ha preferito spostare l’attenzione sulla presunta mancanza di linee guida nazionali chiare, accusando il governo di scaricare sui medici “responsabilità enormi” in una sorta di zona grigia normativa -1. Una posizione, questa, che trova sponda nelle parole del presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, il quale ha rivendicato con forza il principio secondo cui “il controllo della sicurezza lasciamolo alle Forze dell’Ordine: ai medici affidiamo la cura delle persone” -3.

Non è un dettaglio, infine, notare come il clima culturale attorno a questi temi sia profondamente mutato rispetto a pochi anni fa. Se durante l’emergenza pandemica paragonare le misure di contenimento ai lager nazisti era considerato un azzardo inaccettabile, tanto da costare insulti e gogne mediatiche, oggi l’utilizzo del termine “lager” in riferimento ai Cpr – lo si ritrova nel nome stesso della rete “Mai più lager” – sembra essere entrato a pieno Titolo nel lessico di alcune associazioni -4. Una deriva lessicale che, al netto delle legittime opinioni sulle politiche migratorie, rischia di banalizzare il ricordo storico e di alimentare uno scontro frontale, dove i medici – con i loro certificati e la loro deontologia – si trovano loro malgrado in trincea.

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