Migranti trattenuti 18 mesi nei Cpr, ma l’Albania ignora le critiche
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Redazione Interno
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Mentre le polemiche infuriano sull’accordo Italia-Albania per la gestione dei flussi migratori, emergono dettagli che gettano ombre sulle garanzie promesse. La Corte, analizzando i dibattiti nelle Commissioni parlamentari per la ratifica del Protocollo, ha evidenziato come i ministri dell’Interno e della Difesa abbiano ribadito che nessun migrante, respinto o ammesso, potrà rimanere in Italia oltre i 28 giorni previsti dalla legge. Tuttavia, le critiche non si placano, soprattutto dopo le proteste di chi, come Giovanni Manoccio, presidente dell’Associazione Don Vincenzo Matrangolo, denuncia violazioni dei diritti fondamentali.
A Cosenza, Manoccio ha sottolineato che il diritto europeo non consente a uno Stato membro di gestire un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr) fuori dall’Ue, privando i trattenuti della possibilità di incontrare familiari, avvocati o rappresentanti delle ONG. «I parlamentari e il garante dei detenuti devono poter accedere a questi luoghi», ha aggiunto, definendo l’intesa con Tirana un fallimento. Una posizione condivisa da Chiara Favilli, docente di diritto dell’Unione europea a Firenze, secondo cui il decreto Albania rischia di generare una mole di ricorsi, nonostante tenti di aggirare i problemi legati alla detenzione dei richiedenti asilo.
Intanto, la magistratura si mobilita. Silvia Albano, presidente di Magistratura Democratica e giudice del Tribunale di Roma, ha espresso netta opposizione al provvedimento, sottolineando i dubbi sulla legittimità del trasferimento dei migranti verso il centro di Gjader. Struttura che, secondo le toghe più critiche, potrebbe diventare un limbo giuridico, lontano dagli standard europei.




