Il cpr in Albania opera a pieno regime, la Albano: "Cercano lo scontro, resteranno soltanto macerie"
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Redazione Interno
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La struttura di Gjader, il centro per i rimpatri realizzato in Albania in forza dell’accordo tra il governo italiano e le autorità di Tirana, ha raggiunto il suo massimo storico di capienza: sono novanta, infatti, le persone trattenute nella struttura in attesa di essere espulse, un numero mai registrato prima d’ora dall’avvio dell’operatività del protocollo. Il funzionamento a pieno regime del Cpr, rivelato dal Giornale, arriva in un momento di rinnovata tensione istituzionale, riaccendendo lo scontro tra l’esecutivo e una parte della magistratura. A gettare benzina sul fuoco è stata Silvia Albano, presidente di una sezione della Corte d’Appello e figura di spicco di Magistratura democratica, la cui posizione critica verso il progetto albanese si è fatta più netta. "Sull'immigrazione cercano lo scontro", avrebbe confidato al Fatto Quotidiano, lasciando intendere come l’obiettivo del governo non sia tanto la gestione dei flussi, quanto piuttosto la contrapposizione politica. Il suo presagio, per certi versi funereo, è che di questa iniziativa "resteranno soltanto macerie", un'immagine potente che fotografa la convinzione di chi ritiene il piano destinato a infrangersi contro il diritto europeo e le pronunce dei giudici.
Il trasferimento massiccio e i nodi giudiziari pendenti
La recente impennata dei trasferimenti, con decine di migranti condotti oltre l’Adriatico dai Centri per i Rimpatri italiani, non è passata inosservata agli occhi delle associazioni e di alcuni parlamentari di opposizione. Tra il 23 e il 24 febbraio, una delegazione del Tavolo Asilo e Immigrazione, che annoverava tra i propri membri la deputata Rachele Scarpa, ha effettuato un sopralluogo a Gjader, dal quale è emerso un quadro a dir poco paradossale. Nonostante pendano due distinti rinvii pregiudiziali davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea – questioni che riguardano anche la firma del protocollo stesso – l’esecutivo non solo non ha sospeso i trattenimenti, ma ha anzi incrementato in modo significativo i flussi verso l’Albania. Una scelta che sa di sfida, quella di Palazzo Chigi, quasi a voler forzare la mano in attesa che la politica, a livello europeo, riesca a rimuovere gli ostacoli giuridici che finora hanno ostacolato il progetto -2.
L’appello alle toghe e il ruolo di Magistratura democratica
La presidente Albano, che già in passato aveva sollevato perplessità sulla lista dei cosiddetti “Paesi sicuri” – una lista, va detto, costruita sulla base delle nazionalità dei principali flussi migratori verso l’Italia – sembra ora aver alzato il tiro. Dalle sue parole traspare la volontà di coinvolgere attivamente i colleghi magistrati, quasi un appello perché non si facciano intimidire e continuino a esercitare quel controllo di legittimità che la Costituzione e i trattati europei impongono. Il riferimento all’Ue, in questo frangente, non è casuale: la stessa Unione ha recentemente approvato una lista aggiornata di Paesi considerati sicuri, dando fiato alle speranze del governo, ma le questioni sollevate dai giudici italiani rimangono sul tavolo. Per l’esecutivo, la parola d’ordine è resistere, forti anche del sostegno di chi, come il direttore Vittorio Feltri, ha bollato come "finti imbecilli" i critici dell’operazione, esaltando l’efficacia di centri che definisce "la soluzione per l'immigrazione" -1.
Il paradosso dei rimpatri e la sovranità contesa
Al di là delle polemiche politiche e degli schieramenti ideologici, il dato fattuale è che il centro di Gjader non è mai stato così pieno, trasformandosi di fatto in una cartina di tornasole di una strategia governativa che punta tutto sull’esternalizzazione delle frontiere. Un'operazione, questa, che si scontra quotidianamente con la realtà delle aule giudiziarie, dove le motivazioni delle sentenze continuano a smontare pezzo dopo pezzo l’impianto normativo su cui poggia l’intesa con Tirana. Mentre l’esecutivo accelera sui trasferimenti, dall’altra parte si moltiplicano i ricorsi e le pronunce che, di fatto, svuoterebbero di contenuto i provvedimenti di espulsione. La sovranità del Parlamento, invocata a più riprese per legittimare la scelta politica dei Cpr albanesi, si trova così a dover fare i conti con il diritto vivente, quello che emerge dalle aule dei tribunali e che, nelle parole della Albano, rischia di ridurre in "macerie" l’intera costruzione -3-7.




